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giovedì 27 settembre 2018

E’ tempo di tornare sui bond emergenti in valuta forte?

I bond emergenti in valuta forte sono pronti a tornare in portafoglio. Secondo i gestori di Morningstar Investment Management (MIM), infatti, l’asset è stato punito eccessivamente dalla discesa registrata dalle obbligazioni dei paesi in via di sviluppo in questi mesi. Ora, potrebbe aver raggiunto quello che viene definito an attractive entry point (un livello di acquisto interessante).
Il debito degli emerging in valuta forte nei primi sei mesi del 2018 ha perso il 5,2%.
Andamento Emerging markets debt

Perché il debito in valuta forte è sceso

Parte di questa perdita può essere attribuita alla sensibilità che la carta emerging ha rispetto ai cambiamenti dei tassi Usa.

Il rendimento del decennale americano è aumentato di 45 punti base da gennaio. Mediamente, i bond emergenti hanno una duration di sei anni. Tuttavia, le emissioni americane che hanno una duration simile hanno perso solo l’1,6% nello stesso periodo. “Questo significa che le perdite dell’asset class sono arrivate perché anche lo spread si è allargato di circa 83 punti base”, spiega Ricky Williamson, Associate portfolio manager di MIM.
“Questo movimento ha portato il differenziale rispetto al Tbond al 3,7%, più alto delle nostre valutazioni che parlano di 3,4%”.
I movimenti nello spread sono stati ampi e non ci sono state distinzioni di aree geografiche o di rating. “E’ difficile capire quale sia il motivo che ha spinto il mercato a comportarsi così”, continua il gestore.

“Tuttavia ci sono due elementi sui quali ci si può concentrare. Primo: gli operatori hanno considerato che il rischio di alcune aree fosse in realtà quello di tutta l’asset class. Secondo: sembra esserci la paura che, alla luce della forza del dollaro e della crescita dei tassi di interesse Usa, i paesi emergenti non siano in grado di far fronte ai loro impegni finanziari”.

Problemi e tassi 

Alcuni stati, fra cui la Turchia e l’Argentina, mostrano di avere grossi problemi.

“Ma noi riteniamo che siano elementi che riguardano i singoli paesi e non fattori che possono mettere in difficoltà l’intero universo degli stati in via di sviluppo”, dice il manager. Turchia e Argentina hanno a che fare con situazioni problematiche per quanto riguarda le partite correnti.
“Ma questi problemi non sono prevalenti per il resto delle economie emergenti e quindi non vanno interpretati come segnali di situazioni critiche di tutti gli altri stati”.
Allo stesso modo potrebbero essere esagerate le preoccupazioni legate ai tassi di interesse Usa. “E’ un elemento che, teoricamente, potrebbe mettere in difficoltà alcuni paesi finanziariamente più deboli.

Ma si tratterebbe di eccezioni. Molti stati emergenti hanno sistemato la situazione debitoria e hanno dimostrato in passato di saper gestire il rialzo dei tassi Usa”. A questo va unito il fatto che alcuni hanno aumentato le emissioni in valuta locale, alleggerendo la pressione sul fronte della restituzione dei prestiti.
“Insomma, secondo noi i paesi emergenti nel complesso sono più forti rispetto al 2013 (quando hanno avuto a che fare con il taper tantrum, l’operazione con cui la Federal Reserve ha inziato a terminare la manovra di stimolo all’economia americana, Ndr) e riteniamo che il mercato non abbia ancora considerato questo fattore” dice Williamson.

Un Silver per la valuta forte

In questo scenario i fondi raccolti nella categoria obbligazionari mercati emergenti in un mese (fino al 21 settembre) hanno perso l’1,73%, portando a -3,6% (in euro) la performance da inizio anno.
All’interno di questo universo, il fondo con l’Analyst rating più alto dedicato al debito emergente in valuta forte è Neuberger Berman EM Debt Hard Currency USD A Acc (Silver).

“Il fondo resta uno dei nostri strumenti preferiti all’interno della categoria grazie al suo team esperto, al processo ben eseguito e a un track record al di sopra della media”, spiega Niels Faassen, fund analyst di Morningstar in un report dell’8 gennaio 2018. “Il punto di partenza del processo di investimento è una valutazione di tipo top down fatta una volta al mese.
Questa viene discussa con l’intero team dedicato al debito dei mercati emergenti che prende in considerazione le condizioni dei mercati, fattori tecnici e fondamentali e le valutazioni. La seconda fase è l’analisi bottom up dei paesi nella quale sono presi in considerazione fattori quantitativi (per il 60%) e qualitativi (per il 40%).

La scelta finale si basa, fra altre cose anche sulla curva dei rendimenti, sulla liquidità e sull’andamento degli spread. Le linee di condotta interne danno ai gestori un ampio margine di manovra. Questo permette di investire in obbligazioni che non sono presenti nel benchmark. A differenza di quello che accade in alcuni fondi concorrenti è proibita l’esposizione a valuta locale o a bond denominati in valuta locale”.
Di Marco Caprotti
Autore: Morningstar Fonte: News Trend Online

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