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venerdì 21 settembre 2018

Chi ha tempo… investe in azioni

 
Stai investendo nella previdenza complementare e non sai quale linea scegliere del tuo fondo pensione: prudente o aggressiva? I numeri dicono che in un’ottica di lungo periodo, una maggiore propensione al rischio viene adeguatamente remunerata con un rendimento elevato. Chi ha già sottoscritto un fondo pensione sa di cosa stiamo parlando.
Quando decidiamo di destinare il nostro Tfr (trattamento di fine rapporto) e parte del nostro stipendio a un prodotto di investimento previdenziale dobbiamo anche scegliere in che modo investire questi capitali: se abbiamo un basso profilo di rischio sceglieremo un comparto che punta alla conservazione del capitale, o a una sua bassa remunerazione, e che dunque investe in strumenti obbligazionari o liquidità. Mentre se siamo disposti a sopportare gli alti e bassi dei mercati opteremo per le linee che hanno obiettivi di rendimento elevati e che dunque investono prevalentemente in azioni.
I numeri dicono equity
Come sempre, quando si parla di investimenti, anche nel caso della previdenza complementare non ci sono delle decisioni che vanno bene sempre e per tutti. Ogni scelta dev’essere fatta guardando al proprio profilo di rischio e, soprattutto, al numero di anni che mancano alla pensione. Tendenzialmente, più si è vicini all’uscita dal mondo del lavoro più è conveniente avere un atteggiamento prudente e orientato alla conservazione del capitale, mentre se si ha davanti un orizzonte temporale molto lungo è più utile optare per delle soluzioni che puntino a un ritorno elevato. In questo modo, infatti, si riescono a sfruttare più cicli economici e si ha il tempo di recuperare le eventuali perdite accumulate nelle fasi negative del mercato.
In molti pensano che sia giusto avere un approccio prudente poiché l’investimento previdenziale ha l’obiettivo di andare a integrare la pensione. Scelta comprensibile, ma sbagliata. Perché i numeri raccontano una storia diversa.
Abbiamo infatti calcolato il rendimento di un investimento previdenziale 100% equity utilizzando le performance dell’indice S&P 500 (scelto per la maggior storicità dei suoi dati) per misurare il ritorno medio annuo su intervalli temporali di 40 anni. In questo modo abbiamo cercato di simulare la storia contributiva dei lavoratori che hanno iniziato a investire i loro contributi nel 1950 (andando in pensione nel 1994) e siamo andati avanti fino alla generazione di quelli che si sono ritirati lo scorso anno.
Pur attraversando varie crisi economiche e finanziarie il rendimento medio per i lavoratori di tutte le fasce d’età è stato superiore al 5,5% con punte del 9% (vedi Figura 1).
Figura 1
Investire nel Moat crea valore aggiunte
Il risultato, già molto buono, può essere migliorato attraverso la selezione di quelle società che hanno un vantaggio competitivo all’interno del settore di appartenenza e che riescono a mantenere una redditività del capitale superiore alla media per un periodo di tempo prolungato. Gli analisti di Morningstar (NasdaqGS: MORN - notizie) hanno definito questa caratteristica con il termine Economic moat (clicca qui per saperne di più sulla metodologia legata al Moat) e hanno costruito un indice, il Morningstar Wide Moat Focus Index, per verificare se effettivamente la maggior redditività di queste aziende si traduce in extra-valore per gli azionisti.
Il benchmark, composto da 40 titoli, equamente pesati, scelti tra quelli scambiati sui listini americani a cui gli analisti riconoscono un Moat elevato (Wide) e che presentano i rapporti Prezzo/Fair value più bassi, quindi sono maggiormente scontati dal mercato (Clicca qui per vedere le constituents dell’indice), ha effettivamente sovraperformato l’S&P 500 negli ultimi 20 anni.
Come è possibile vedere dalla Figura 2, l’indice Wide Moat ha guadagnato mediamente 500 punti base in più ogni anno.
Questo comportamento, secondo gli analisti, ha diverse spiegazioni: le aziende che hanno una forte posizione di vantaggio all’interno di un settore riescono a superare con maggior facilità i periodi difficili; molto spesso il loro Moat non è valutato appieno dal mercato, questo perché una grande fetta di investitori detiene azioni per un breve periodo di tempo, quando invece il valore del Moat tende a palesarsi nel lungo termine; oppure valuta le performance del titolo sulla base del suo andamento recente (recency bias) e, nel caso di rendimento deludente, lo dismette convinto che lo stato corrente sia destinato a perpetrarsi anche nel futuro. 
Figura 2: La sovraperformance dell'indice Morningstar Wide Moat Focus
Di Francesco Lavecchia

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