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giovedì 16 agosto 2018

Wall Street ottimista su incontro Usa-Cina ma analisti frenano


E se il presidente Usa Donald Trump costringesse la Fed, senza volerlo, a rallentare il ritmo degli aumenti sui tassi di interesse?

L'ossessione di Trump per i rialzi 

La domanda non è bizzarra. Per quanto il tycoon si sia espresso più volte contro la politica di normalizzazione dei tassi, per ovvi motivi non può certo imporre la sua visione ad un organismo che deve essere di fatto indipendente da poteri esterni, anche se quest poteri arrivano direttamente dalla Casa Bianca.

Eppure con la sua guerra commerciale, il repubblicano potrebbe ottenere proprio questa conseguenza. In altre parole otterrebbe il risultato sperato usando però lo strumento sbagliato che porterebbe alla conseguenza più nefasta. Stando alle prospettive illustrate dai vertici Fed, per il resto del 2018 sarebbero previsti altri due ritocchi al costo del denaro, con aumenti prevedibili su settembre e dicembre, mentre per il 2019 si parla di altre tre strette.
Un inasprimento che il presidente Trump non ha perso occasione di criticare dal momento che, secondo la sua view, il peso del dollaro potrebbe ostacolare, se non addirittura cancellare, tutti i progressi registrati dall'economia ed attribuibili alla sua amministrazione, primo fra tutti la riforma fiscale approvata alla fine del 2017, ma anche i dazi imposti alla Cina, arrivati alla cifra di 50 miliardi.

L'incontro tra Washington e Pechino

Misura, quest'ultima che se per il presidente è un punto a favore di Washington, per la maggior parte degli economisti si rivelerà presto un boomerang.

A prescindere dalle ricadute occupazionali, in molti guardano con preoccupazione alle risposte di una Pechino ben lungi dall'essere intimorita e già pronta a rispondere colpo su colpo. Ad ogni modo sembra proprio al Cina la parte maggiormente disposta a collaborare tanto che alla fine di agosto è previsto un incontro fra una delegazione cinese e una sttunitense per tentare di riallacciare il dialogo fra le due nazioni.
Un faro che rischiara le tenebre? Forse, ma la luce di questo faro è ancora fioca, infatti all'incontro parteciperanno solo figure di secondo piano (il vice ministro del commercio Wang Shouwen per la Cina e il sottosegretario al Tesoro per gli affari internazionali David Malpassper gli Usa) e che fanno seguito a quelli, avvenuti a maggio, e di ben più alto spessore (da un lato Liu He consigliere economico del presidente cinese Xi Jinping nonché suo vice, staff di collaboratori diretti di Trump, dall'altro).

In quell'occasione, però, fu Trump a cancellare unilateralmente l'accordo siglato, e da lui giudicato troppo favorevole a Pechino.

Dazi in arrivo 

Intanto la settimana prossima arriveranno i dazi da 16 miliardi di dollari sull’import cinese, che porteranno a 50 il totale dei miliardi in gioco, mentre si parla di altre misure, sempre volute da Trump, per un controvalore di 200 miliardi di dollari.
Il repubblicano, però, nelle settimane scorse si era spinto anche oltre arrivando a dichiarare di essere disposto ad allargare la politica dei dazi a tutto il flusso di scambio commerciale fra le due nazioni, pari a 500 miliardi di dollari. Una decisione estrema che si basa sul fatto che la Cina sarebbe definitivamente KO visto che il flusso in direzione contraria è inferiore.

Il Dragone si trova di fronte ad un bivio: dare qualche concessione oppure trovare un nuovo campo di battaglia come la svalutazione dello yuan oppure un inasprimento delle già strette regolamentazioni per le società Usa che operano su territorio cinese, anche se in quest'ultimo caso si rischierebbe un'ulteriore escalation.

La situazione sui mercati

Ma la situazione è complessa da entrambe le parti: da un lato la Cina deve rendere conto al suo piano di sviluppo (Made in China 2025) dall'altro i repubblicani devono muoversi in prospettiva delle elezioni di medio termine previste per il 6 novembre: in entrambi i casi nessuno dei due può permettersi di uscire perdente dalla partita.
Ad ogni modo il mercato ha deciso di dare fiducia a questo incontro per quanto in molti lo considerino ben poco chiarificatore: i futures sugli indici azionari statunitensi sono orientati verso il rialzo, con indicazioni che parlano di 238 punti di apertura per il DJIA.

In Europa, invece, il Dax, poco prima delle 14, registrava un vantaggio dello 0,36%, il Ftse 100 arrivava allo 0,66% e il Cac 40 allo 0,55%. Unica nota fuori dal coro il passivo di Piazza Affari a -1,6% (20.572 punti) a causa della zavorra rappresentata non solo dal titolo Atlantia, arrivato a perdere anche il 25%, ma di tutto il comparto con cali anche per ASTM, Sias e, in misura minore, anche Autogrill. 
Fonte: News Trend Online

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