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venerdì 17 agosto 2018

Turchia: torna la paura. Rischi e possibili rimedi della crisi


La forte svalutazione della lira turca e più in generale la crisi economica di Ankara è stato senza dubbio uno dei temi chiave della settimana di Borsa che si conclude oggi, sulla scia dei timori balzati in primo piano già sul finire della scorsa ottava.

I fattori che hanno alimentato la crisi turca

La situazione è precipitata in seguito all'escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Turchia relativamente al rilascio del pastore americano Andrew Brunson.

Gli esperti di Gam Investments spiegano però che il quadro dei fondamentali economici del Paese era già difficile nelle settimane precedenti.
A ciò si aggiunga una politica problematica, visto che il genero del presidente Erdogan ricopre il ruolo di Ministro delle Finanze e c'è la percezione di una certa interferenza politica nei confronti della Banca Centrale. 

La lira torna a scendere: nuove tensioni Usa-Turchia

Intanto la lira turca è tornata a perdere pesantemente terreno oggi, con un ribasso di oltre il 5% rispetto al dollaro.

Ad alimentare le vendite la decisione annunciata da un un tribunale turco che ha respinto la richiesta di rilascio del pastore Andrew Brunson.
Non aiutano certo le indicazioni che arrivano dal Ministro turco del Commercio, il quale ha fatto sapere che Ankara continuerà a rispondere ai dazi americani, in linea con le regole dell'Organizzazione mondiale del commercio.

Ankara sotto la lente delle agenzie di rating

Intanto per oggi è il verdetto di Standard & Poor's che dopo la chiusura delle Borse europee si pronuncerà sul rating della Turchia.


Si sono già mossi gli analisti di Scope Ratings che hanno tagliato di due livelli la valutazione del merito di credito del Paese, da "BB+" a "BB-", con una peggioramento dell'outlook a "negativo".

Le forze ribassiste hanno ancora strada da fare

Tanto basta a riportare le vendite sulla divisa turca che interrompe così il forte recupero messo a segno fino a ieri.

Secondo gli analisti di Commerzbank dietro questo movimento dei giorni scorsi non ci sono ragioni chiare e a loro dire il rimbalzo è dovuto alla restrizione degli swap trade che impediscono al mercato di esprimere liberamente la sua posizione ribassista.
Il ritorno delle vendite sulla valuta turca sembra in effetti dare ragione agli strategist di BNY Mellon secondo cui le forze ribassiste scatenate dalla crisi turca faranno ancora strada prima di esaurirsi del tutto.


In questa direzione, se la lira tornasse a deprezzarsi con decisione, il Governo turco potrebbe essere costretto ad imporre controlli sui capitali per supportare l'economia del Paese.

Governo turco costretto a controlli sui capitali?

Fino a questo momento è stata ribadita in maniera chiara la volontà di non intervenire in tal senso, ma secondo gli analisti di Goldman Sachs Asset Management la possibilità di controlli sul capitale rappresenta un potenziale rischio di coda.

Oltre a ciò la Turchia, sempre a detta della banca Usa, potrebbe ricorrere ad un prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale. 

Gli interventi che potrebbero mitigare la crisi

Anche secondo gli analisti di CreditSights il Paese avrebbe bisogno di un programma di supporto dell'FMI.
L'idea però è che ci siano basse probabilità che la Turchia chieda aiuto all'istituto internazionale con sede a Washington, mentre è alto il rischio di un peggioramento della crisi valutaria che andrebbe a mettere sotto pressione gli spread di credito, aumentando di conseguenza i costi e le difficoltà della futura azione di pulizia dei bilanci bancari.
Gli esperti di CreditSights, parlando delle possibili soluzioni della crisi in atto, affermano che la Banca Centrale turca dovrebbe alzare i tassi, pur segnalando che ciò non sarebbe sufficiente a ristabilire la fiducia degli investitori.

A ciò andrà affiancato un taglio della spesa pubblica e una ricostruzione delle riserve di valuta straniera.  

La view di Amundi

Non diversa la posizione dei colleghi di Amundi i quali ritengono che un solo intervento non basterà a tamponare la crisi in atto, ma bisognerà avviare un mix di azioni di politica monetaria e aggiustamenti economici, unitamente ad un temporaneo controllo del capitale.
Un aiuto arriverebbe indubbiamente anche da rapporti più distesi tra Stati Uniti e Turchia, fermo restando che secondo Amundi la volatilità è destinata a rimanere elevata nel breve termine.

I rischi connessi alla crisi turca: contagio ad altri mercati emergenti?

Quanto ai rischi della crisi turca, appare improbabile un contagio ad altri mercati emergenti, come spiegato da Commerzbank, i cui analisti spiegano che nessun'altra realtà emergente presenta al momento segnali di una crisi simile a quella di Ankara.
Non diversa la posizione degli esperti di NN Investment Partners, i quali pur avendo ridotto la loro esposizione al debito dei Paesi emergenti denominato in valuta forte, credono che i fondamentali economici degli stessi rimangano discreti. 
Qualche rassicurazione arriva anche da Mirabaud AM, secondo cui è improbabile che la crisi turca diventi sistemica.

Gero Jung, chief economist del gruppo, ricorda a tal proposito che la l'esposizione dell'area euro alla Turchia è molto limitata, visto che pesa solo per il 2,5% sulle esportazioni e per lo 0,5% sul PIL.
Contenuta anche quella del settore bancario Ue, nell'ordine dell'1% degli impieghi, malgrado alcune banche di Spagna, Francia e Italia siano più esposte.
Fonte: News Trend Online

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