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lunedì 27 agosto 2018

Questione meridionale, problema di tutta l’Italia

 
La scarsa produttività del lavoro nel Sud è dovuta anche a problemi strutturali. La strategia più efficace è dunque una politica di investimenti per migliorare capitale umano, efficienza della burocrazia e trasporti, oltre al rispetto delle regole.
Vent’anni di bassa crescita
Nell’ultimo ventennio, l’economia italiana ha registrato risultati deludenti, in assoluto e nella comparazione internazionale (tabella 1).
Tabella 1 – Pil in termini reali (vma %)
Fonte: Annual Macro-Economic Database of the European Commission (Ameco).
Conviene ricordarlo anche per raffreddare entusiasmi eccessivi dopo il ritorno alla crescita oltre l’1,5 per cento, come accaduto nell’ultimo quarto dello scorso anno, a prescindere dal verosimile nuovo rallentamento che potrebbe manifestarsi già a inizio 2018.Fonte: Annual Macro-Economic Database of the European Commission (Ameco).
La tendenza a risultati peggiori degli altri paesi è distribuita in modo omogeneo lungo le diverse fasi di crescita-recessione-crescita, come si vede nella tabella 1. Infatti, il semplice calcolo dello scarto tra variazione media del Pil in Italia rispetto all’Unione europea nei diversi periodi evidenzia una penalizzazione del nostro paese che è pari all’1 per cento medio annuo nel primo periodo, si acuisce all’1,5 per cento durante la crisi e ritorna all’1,1 per cento durante l’ultima fase di ripresa.
Il che di per sé indica un problema nella struttura del nostro sistema socio-economico: appare in qualche misura indifferente alle fasi del ciclo, comportandosi peggio in modo costante rispetto al resto dell’Europa (e del mondo).
Il problema è la produttività totale dei fattori, cioè quella parte di prodotto che non è spiegata dall’impiego di lavoro e capitale dentro il motore del sistema come, per esempio, calcolato dalla Commissione europea (tabella 2).
Tabella 2 – Produttività totale dei fattori – (vma %)
Fonte: Annual Macro-Economic Database of the European Commission (Ameco); i dati relativi a Giappone, Australia e Canada non sono stati inclusi perché non disponibili nel periodo considerato nell’analisi empirica.
In un nostro recente lavoro, con dati regionali per l’Italia, abbiamo stimato un modello dove si è ipotizzato che la Ptf dipenda da quattro indici che misurano, rispettivamente, la qualità del capitale umano, l’accessibilità infrastrutturale, il livello di carico burocratico e il livello di illegalità. Questi indici spiegano le accelerazioni o i ritardi di produttività che non sono colti dallo stock di capitale produttivo e dall’occupazione. Nella figura 1 si riportano le dinamiche stimate per la Ptf per le quattro ripartizioni geografiche.
Figura 1 – La Ptf per le macroaree italiane nel periodo 1996-2017
Elaborazione e stime Ufficio studi Confcommercio su dati Istat e Ameco.
Politiche per il Sud
Premesso che le nostre stime aggregate per l’Italia indicano una dinamica della Ptf più piatta di quella evidenziata dai calcoli della Commissione europea, sembra emergere una divaricazione territoriale radicale nel Mezzogiorno rispetto al resto del paese. Se queste stime sono attendibili, hanno implicazioni decisive in termini di politiche.
Per esempio, Tito Boeri in un recente articolo su lavoce.info evidenzia che in media i differenziali di produttività del lavoro tra un’azienda in Lombardia e una in Sicilia sono intorno al 30 per cento, mentre le differenze nei salari nominali a parità di qualifiche e nello stesso settore sono nell’ordine del 5 per cento. Di (KSE: 003160.KS - notizie) conseguenza, per rendere più competitive le aziende meridionali, Boeri suggerisce di adottare politiche che portino i salari in linea con i livelli di produttività locali.
I risultati del nostro esercizio portano a indicazioni differenti. Poiché le cause della scarsa produttività del lavoro nel Sud sono imputabili in larga misura alla produttività totale dei fattori – cioè a inefficienze strutturali, materiali e non – una politica di investimenti diretta a migliorare il capitale umano, l’efficienza burocratica, il sistema dei trasporti e ad accrescere il rispetto delle regole, costituirebbe una strategia più efficace della deflazione salariale.
Già Paolo Sylos Labini insisteva sui divari civili tra Nord e Sud, alludendo a disfunzioni più profonde di quelle meramente economiche – il cui processo emendativo non potrebbe certo passare dall’assistenzialismo. Se ripensiamo alle sue suggestioni, che senso avrebbe equalizzare il salario reale alla produttività del lavoro quando questa è strutturalmente inadeguata (anche) in ragione di un contesto deteriorato in modo intollerabile? Suonerebbe come una condanna all’emarginazione, seppure in nome dell’efficienza economica.
Di Mariano Bella e Silvio Di Sanzo

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