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giovedì 30 agosto 2018

Misure di stimolo dalla Cina, un appiglio per gli emergenti


Andrew Keirle, gestore del fondo T. Rowe Price Emerging Local Markets Debt Strategy, T. Rowe Price, spiega che dopo il calo della fiducia degli investitori nei confronti dei mercati emergenti nella prima metà dell’anno e la crescente inquietudine per la crisi finanziaria turca, il recente spostamento della Cina verso politiche di stimolo rappresenta uno sviluppo positivo.
Le autorità cinesi stanno rispondendo alle preoccupazioni sulla crescita e stanno dando un segnale chiaro, seppur cauto, nella direzione di un allentamento delle politiche monetarie, fiscali e di regolamentazione – le tre principali dimensioni di intervento politico.
D’altra parte, il fatto che i politici abbiano superato la loro riluttanza ad intervenire non va enfatizzato eccessivamente.

Nell'ultimo decennio la Cina ha attraversato periodi di politiche restrittive per controllare il credito, intervallati da periodi di stimolo per sostenere la crescita - con cicli di allentamento nel 2009, 2012 e 2016.
Gli interventi in corso possono forse rappresentare l'inizio di un nuovo ciclo, ma Andrew Keirle non si aspetta che gli stimoli raggiungano i livelli registrati in seguito alla crisi finanziaria.
Inoltre, è improbabile che l'impatto al rialzo sui prezzi delle materie prime sia marcato come nel 2009 e nel 2016. Gli interventi che stiamo osservando sono volti ad aumentare il PIL di 0,3-0,5 punti percentuali, con lo scopo non di riportare la crescita ai livelli passati, ma di stabilizzarla intorno all'obiettivo del 6,5%.
Sul fronte monetario, nelle ultime settimane la PBoC si è mossa nella direzione di una riduzione dei coefficienti di riserva obbligatoria per aumentare la liquidità.

Sebbene vi siano pochi nuovi stimoli fiscali, i governi locali vengono sempre più incoraggiati perché riprendano a contrarre prestiti per finanziare progetti infrastrutturali. Si tratta quindi di un chiaro cambio di priorità: si vuole riportare la spesa per le infrastrutture a circa il 10% del PIL.
Le politiche relative alle abitazioni, tuttavia, non sono state allentate.

Lo spettro della guerra commerciale

Andrew Keirle ritiene che vi sia stato un eccessivo pessimismo sui mercati emergenti legato alla crescita debole della Cina. Gran parte di questo sentiment negativo in realtà è derivato da timori relativi ai mercati sviluppati, come la divergenza preoccupante tra gli Stati Uniti e il resto del mondo in termini di crescita e politiche monetarie, e la crescente belligeranza degli Stati Uniti nei confronti dei loro partner commerciali.
La possibile escalation di una guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina è chiaramente un elemento importante.

I primi 50 miliardi di dollari di dazi statunitensi sono stati relativamente irrilevanti. Ma se gli Stati Uniti continueranno a minacciare di aumentare i dazi a 200 miliardi di dollari, i costi cominceranno seriamente ad aumentare. Stimiamo che una tale mossa sottrarrebbe 0,3-0,5 punti percentuali al PIL cinese, e inizierebbe ad intaccare la capacità della Cina di raggiungere gli obiettivi di crescita e a minare la fiducia delle imprese.

Una spiegazione ‘interna’ per le misure di stimolo

Lo spostamento dei politici cinesi verso una fase di crescita sembra far parte di un piano per prepararsi all’imposizione di dazi più pesanti - e per segnalare che la Cina è in grado di resistere alle minacce degli Stati Uniti - spiega Andrew Keirle -.

Tuttavia, questa situazione va osservata da una prospettiva più ampia. Nei media occidentali si tende ad interpretare delle politiche cinesi soprattutto come una risposta a quanto sta accadendo nel resto del mondo. Tuttavia, date le restrizioni imposte al trasferimento di denaro da e verso la Cina, la realtà è molto più complessa.
Le politiche restrittive in vigore fino a poco tempo fa rispondevano principalmente a problematiche interne alla Cina.
Sono stati ottenuti risultati notevoli, tra cui la riduzione dei prestiti ‘ombra’ cinesi al di fuori del sistema bancario ufficiale, che molti osservatori non avrebbero ritenuto possibile solo pochi anni fa. I recenti stimoli dovrebbero essere considerati, a nostro avviso, in gran parte come una risposta all'impatto interno di una correzione eccessiva.

Quali conseguenze per gli investitori?

Nel primo semestre di quest'anno il mercato cinese del credito ha visto una flight-to-quality da parte degli investitori, con il capitale domestico che si è spostato da alcune delle obbligazioni più rischiose emesse dalle imprese e dai governi locali verso titoli di Stato centrali e obbligazioni corporate di alta qualità - spiega Andrew Keirle -.

Muovendosi verso politiche di stimolo, le autorità cinesi stanno manifestando il proprio incoraggiamento agli investitori locali affinché assumano maggiori rischi – non indiscriminatamente, ma con l'obiettivo che le società solide con i rating più bassi non siano tagliate fuori dal credito.
Riteniamo pertanto che il trend che vede i titoli di stato cinesi e le obbligazioni AAA ottenere migliori performance rispetto alle obbligazioni con rating più basso dovrebbe iniziare ad arrestarsi, a mano a mano che scemeranno i timori verso i mercati emergenti.
Sul fronte valutario, la combinazione dell'allentamento della politica monetaria cinese e del percorso più restrittivo intrapreso dalla Federal Reserve dovrebbe nel complesso spingere il renminbi al deprezzamento, nonostante l'effetto di compensazione prodotto dalle misure di stimolo.

A questa pressione si aggiunge anche l'imposizione dei dazi. La PBoC cercherà probabilmente di gestire questa situazione per contenere ogni eventuale deprezzamento disordinato o pressione speculativa sul renminbi.
Un importante punto conclusivo: le implicazioni di quanto sta accadendo in Cina sono molto rilevanti anche per chi investe in altri mercati, in particolare nel resto dell'Asia, dove la Cina è una significativa fonte di domanda e di mercati di esportazione.
Segnalando l'esistenza di una soglia al di sotto della quale la crescita non può scendere, le autorità cinesi forniscono un’indicazione positiva agli investitori nei mercati emergenti, che per il resto quest'anno hanno avuto ben poche ragioni di essere ottimisti.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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