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martedì 7 agosto 2018

Mercati pro-Trump e contro Cina ed Europa

 
I mercati sono entrati nel mese di agosto col freno a mano tirato per colpa delle incertezze che sono improvvisamente sopraggiunte a causa delle trimestrali che hanno evidenziato una deludente progressione degli utenti di tre importanti social media (Netflix (Xetra: 552484 - notizie) , Facebook (NasdaqGS: FB - notizie) e Twitter (Francoforte: A1W6XZ - notizie) ).
Ma da martedì gli indici USA hanno cominciato un recupero che, sebbene abbia avuto il bisogno di testare due volte (lunedì e ad inizio seduta di giovedì) il livello di 2.800 sull’indice SP500, la seconda dovuta alla soffiata che Trump avrebbe deciso l’aumento dei dazi contro 200 miliardi di prodotti importati dalla Cina, il rimbalzo si è fatto convinto, grazie alla trimestrale con i fiocchi della regina del Nasdaq Apple, che ha anche superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari.
La settimana si è perciò chiusa in crescita rispetto alla precedente e SP500, con un rialzo settimanale di +0,44%, ha quasi recuperato per intero la strada persa con le incertezze con la mini-correzione di fine luglio, riportandosi ad un soffio dai massimi di luglio e a soli 33 punti (poco più di un punto percentuale) dal massimo storico del 26 gennaio scorso.
Anche il Nasdaq100, sebbene nel calo di fine luglio abbia perso più terreno, ha mostrato volontà di recupero e sta tornando verso i massimi di luglio, che per questo indice sono anche i massimi storici.  Proprio questa settimana potremmo avere l’attacco decisivo alla vetta dei record per entrambi gli indici. Anzi, occorre proprio che ciò avvenga, per non instillare qualche altro dubbio nelle menti degli investitori che, se assistessero un altro cedimento, potrebbero intravedere modelli di inversione ribassista, tipo doppio massimo o qualcosa di simile.
La solidità dei mercati USA si riflette anche nella forza del dollaro, che è riuscito a schiacciare nuovamente l’euro al di sotto di 1,16 e potrebbe attaccare proprio in settimana per l’ennesima volta il minimo di 1,151, che ha difeso l’euro a fine maggio ed altre due volte in giugno.
Fa da contraltare la decisa debolezza delle due economie principali “nemiche” del protezionismo USA: la Cina e l’Europa.
Gli indici azionari cinesi, che pure nel mese di luglio avevano tentato di rimbalzare, dopo lo scivolone da oltre -20% subito nel primo semestre del 2018, sono stati colti da nuovo panico per le misure in arrivo da Trump ed hanno perso tra il -4,6% dell’indice di Shanghai ed il -7% di quello di Shenzhen. Soprattutto hanno fornito un chiaro segnale di difficoltà e potrebbero avviare un avvitamento ribassista se il test dei minimi del 6 luglio, che sta avvenendo proprio nella seduta odierna, dovesse decretare la rottura di quell’importante supporto.
I mercati hanno senza dubbio fatto la loro scelta tra i due nemici in commercio. Premiando gli USA e penalizzando fortemente la Cina scommettono su Trump vincitore della guerra commerciale in corso e potrebbero incentivarlo a proseguire con maggior vigore ed estendendo la battaglia verso altri nemici, come ad esempio l’Europa.
Ed infatti, quasi a scontare in anticipo che questa accelerazione avverrà, gli indici europei in settimana hanno mostrato una sofferenza quasi continua, attutitasi solo con il rimbalzo di venerdì. Eurostoxx50 ha registrato un calo settimanale di oltre un punto percentuale, ma peggio ha fatto l’indice tedesco Dax (-1,9% il calo settimanale), quello che subirebbe maggiormente i danni dei dazi americani. Oltre la paura dei dazi le borse scontano anche il rallentamento dell’economia europea, che è stata comunicata per il secondo trimestre e che stride nei confronti dell’impulso subito da quella americana, cresciuta al passo annualizzato del 4,1%, roba da paese emergente.
Piuttosto male è andata anche al nostro Ftse-Mib (-1,68% il saldo settimanale), non tanto per i dazi, ma per le vicissitudini del settore bancario, che ha risentito del riacutizzarsi del rischio Italia, ben rappresentato dallo spread BTP-Bund, che si è riportato sopra i 250 punti, mentre i rendimenti sul decennale hanno riavvicinato il 3% e quelli sul titolo di stato biennale tra giovedì e venerdì scorso hanno effettuato uno strappo da 0,77% fino all’1,36%.
Questa impennata, poi ridimensionatasi  intorno all’1%, è rivelatrice di molto nervosismo sulle sorti future del nostro paese. Il governo, che già presenta qualche crepa con i litigi sulle grandi opere, vuole piantare a settembre due bandierine elettorali sulla manovra che porterà alla definizione della legge di bilancio per il 2019. Flat Tax e reddito di cittadinanza sono il panem et circenses da elargire all’elettorato dei due boss Salvini e Di Maio e, nonostante il ministro Tria si sforzi di mantenere ben dritta la barra della tenuta dei conti, i mercati sembrano prevedere l’arrivo al pettine dei nodi delle compatibilità. L’autunno dovrebbe essere molto caldo e i due giovani leoni dovranno scegliere se scontentare l’Europa oppure il loro elettorato. Il timore di molti investitori stranieri è che a farne le spese (nel vero senso della parola) sia il deficit pubblico, e si comportano di conseguenza, cominciando le prove generali di alleggerimento dei titoli italiani in portafoglio.

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