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mercoledì 29 agosto 2018

L’ora più difficile di Donald Trump


Se vi foste trovati nella West Wing della Casa Bianca intorno alle 5 della giornata di martedì 21 agosto, probabilmente non avreste trovato un clima disteso. Nel giro di meno di un’ora due giudici hanno emesso delle sentenze che non avranno fatto piacere a Donald Trump. I verdetti sono stati emessi a New York e ad Alexandria (Virginia). Michael Cohen, l’ex avvocato di Trump, si è dichiarato colpevole di ben otto reati federali e Paul Manafort, il coordinatore della sua campagna elettorale, è stato ritenuto colpevole di altri otto capi d’accusa. Entrambi i procedimenti sono stati iniziati dal procuratore speciale Robert Muller. Le pendenze sono per entrambi piuttosto gravi, si va dalla frode fiscale alla violazione della legge sul finanziamento della campagna elettorale. Cohen nella sua ammissione di colpa ha esplicitamente specificato che ha commesso i  crimini sotto direzione di Trump. Manafort è stato incriminato di reati talmente gravi che ora ha di fronte la prospettiva di passare una vita in carcere (prospettiva che lo rende una pericolosa mina vagante agli occhi di Trump).
Non è nostro interesse entrare nel merito dei vari procedimenti giudiziari. Ciò che conta dal nostro punto di vista è capire se quanto successo può scalare in una tempesta in grado di far traballare la poltrona del presidente americano, mettendo così in dubbio la continuità politica e amministrativa della prima economia mondiale. È stato Trump stesso a prospettare questa possibilità, paventando uno scenario catastrofico per le borse e per l’economia in caso il suo mandato dovesse terminare prematuramente.

Sfiduciare Trump?
L’idea di destituire Trump attraverso l’impeachment ha solleticato i suoi detrattori (nella stampa, nel Congresso, nei movimenti di protesta e d’opinione) sin dalla notte stessa della sua elezione. Il Presidente da parte sua non ha certo contribuito a rasserenare gli animi. La sua condotta poco ortodossa ha testato in continuazione i limiti che stabiliscono ciò che è permesso e ciò che non è permesso al presidente degli Stati Uniti d’America. Come se non bastasse sono emerse dal passato recente e lontano di Trump una lunga serie di vicende controverse che hanno gettato dei dubbi – secondo i detrattori – sull’adeguatezza del presidente a ricoprire l’ufficio.
 Ciò che è successo nella giornata di giovedì non è altro che la deflagrazione di una situazione che risulta evidente a tutti ma che non è mai riuscita a uscire dalla logica della polarizzazione dello scontro. L’elefante nella stanza (per dirla con gli anglosassoni) che imbeccato dalle inchieste del superprocuratore Muller d’improvviso si agita, mandando in frantumi tutta la cristalleria. Tre dei principali uomini di fiducia di Trump (oltre a Manafort e Cohen, Michael Flynn) rischiano il carcere e con ogni probabilità, se Trump non fosse presidente, si troverebbe a fronteggiare accuse serissime.
Prendendo come assunto che il numero uno della Casa Bianca non intenda dimettersi, resta da saggiare la concretezza che il Parlamento lo sfiduci attraverso l’impeachment. Si tratterebbe di un caso con pochissimi precedenti. In 228 anni di storia americana solo 11 presidenti non hanno concluso il proprio mandato. Otto di questi sono morti mentre erano in carica e Nixon si dimise. Solo due presidenti hanno subito impeachment senza peraltro essere rimossi dall’ufficio.
L’istituto dell’impeachment, per come si è determinato nella pratica storica, non si basa su un giudizio strettamente giuridico, ma è uno strumento con cui il Parlamento può chiedere conto al Presidente di comportamenti che sono considerati al di fuori della soglia del permesso, e riguardo la natura di questi comportamenti esiste una certa discrezionalità. In definitiva, ciò che è veramente cruciale per determinare l’impeachment è prima di tutto la gestione del rapporto con l’opinione pubblica e con il proprio partito.
Si pensi gli ultimi due casi in cui un Presidente è stato sottoposto a procedimento di impeachment: il caso si Nixon in seguito allo scandalo Watergate (procedimento poi evitato dalle dimissioni del Presidente) e Bill Clinton, che finì sulla graticola del Congresso dopo lo scandalo a luci rosse che coinvolse la stagista Monica Lewinsky. Nel primo caso, la storiografia concorda che il Presidente repubblicano commise dei fondamentali errori di gestione della crisi, non riuscendo ad adottare la necessaria trasparenza di fronte agli organi costituzionali che gli chiedevano conto della sua condotta e all’opinione pubblica. Questo atteggiamento portò Nixon ad alienarsi progressivamente la fiducia dell’elettorato e del partito repubblicano.
Al contrario Clinton, dopo una prima fase in cui negò la vicenda, dimostrò di prendere seriamente le accuse, senza assumere atteggiamenti di arroccamento. Instaurò un dialogo aperto con l’opinione pubblica e con i membri del proprio partito, da una parte accettando le proprie responsabilità, dall’altra alleggerendo la propria posizione qualificandosi in modo molto umano come vittima delle proprie debolezze e di una campagna politica pretestuosa.In questo modo Clinton riuscì ad arrivare al voto di sfiducia con livelli di popolarità ai massimi, evitando così di perdere la faccia e la poltrona proprio grazie al sostegno dei democratici.
 
La resa dei conti
L’atteggiamento di Trump assomiglia più a quello di Nixon che a quello di Clinton, non solo per il modo con cui il Presidente derubrica ogni scandalo in cui si trova coinvolto, attraverso la sistematica delegittimazione – a torto o a ragione – dei propri accusatori. Trump ricorda Nixon anche per il poco riguardo che in molti casi ha dimostrato di rivolgere nei confronti delle pratiche istituzionali e delle funzioni costituzionali. Da qui a dire però che la sorte del tycoon ricalcherà quella di Nixon ce ne passa. Bisogna ricordare che oggi i media tradizionali hanno meno influenza di un tempo, il disamore per l’ortodossia istituzionale è un sentimento più che diffuso, così come è appurato che l’analisi fattuale non sia l’unico parametro attraverso il quale si aggrega il consenso.
 
Conseguenze di mercato?
I livelli di approvazione di Trump sono bassi (si pensi che sia Bush sia Obama durante l’intero primo mandato non toccarono mai l’attuale livello di Trump, oggi 41,5% facendo una media dei sondaggi) e il rapporto con parte del partito non è idilliaco. Nell’immediato, tuttavia sembra difficile che il presidente venga sfiduciato. Ma esiste un rischio che la crisi politica abbia conseguenze sull’andamento dei listini americani che hanno recentemente raggiunto un nuovo record di capitalizzazione? Non pensiamo che ci sia questo rischio nel brevissimo termine anche se è necessario restare vigili, viste le valutazioni non di certo a buon mercato. La prospettiva di una guerra civile democratica non è affatto rassicurante. Ciò che può veramente cambiare le carte in tavola sarebbe l’accumularsi di ulteriori elementi compromissori nell’ambito di qualcuno dei numerosi procedimenti giudiziari, scandali o presunti tali in cui il Presidente è direttamente o indirettamente coinvolto. A quel punto l’opinione pubblica e il partito Repubblicano potrebbero veramente voltare le spalle al Presidente. Sarebbe senza precedenti, ma senza precedenti per molti versi è stata anche l’elezione di Trump alla Casa Bianca. A quel punto le elezioni di mid-term di novembre potrebbero trasformarsi in un referendum. Nella democrazia americana l’ultima parola come al solito spetterà al popolo, “the people”.


Articolo a cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm
Fonte: www.finanzaoperativa.com

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