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lunedì 16 luglio 2018

Mercati deboli: in Cina primi sintomi di infezione commerciale?


I mercati aprono la nuova settimana con un andamento incerto, sebbene improntato ad una generale positività un po' ovunque. Intorno alle 10.25, infatti, il Ftse Mib girava con un incoraggiante 0,4%, pari a 21.981 puntisullo sfondo di un'Europa contrastata che vedeva a sua volta il Ftse 100 inglese a -0,14%, il Cac 40 parigino oscillare sulla parità (+0,03%) e il Dax 30 tedesco poco sopra lo 0,15%.

La situazione attuale

Grande l'attesa per le prime mosse del Presidente USA Donald Trump alle prese con il summit col Presidente russo Vladimir Putin , summit che inizierà tra poche ore in Finlandia, per la precisione a Helsinki.

Nonostante le dichiarazioni di rito, però, la tensione resta alta, soprattutto a causa della realtà concreta che si nasconde dietro le parole: oltre alle sanzioni inflitte da Trump a Mosca, il presidente Usa ha recentemente criticato la Germania per la sua collaborazione con la Russia nella costruzione del gasdotto North Stream 2 che sorgerà nelle acque del Mar Baltico, bypassando così di fatto l'Ucraina e permettendo anche all'Europa di ricevere la materia prima dalla stessa nazione a cui ha inflitto sanzioni.

Sul tavolo anche la questione siariana ma soprattutto quella delle elezioni del 2016, con il presunto coinvolgimento di Mosca, accusata di aver interferito nel loro svolgimento. Qualche giorno fa, inoltre, la notizia secondo cui il Consigliere Speciale Robert Mueller avrebbe posto sotto accusa 12 cittadini russi rei di aver interferito con le elezioni.

Paura Cina

Ma i mercati non guardano solo al più evidente degli eventi: nelle prime ore della mattinata sono stati resi noti il Pil del secondo trimestre e la produzione industriale cinesi, entrambe in calo: nel secondo trimestre 2018 la crescita su base annua è stata del 6,7% (in calo sul dato del trimestre precedente che era +6,8%), numeri che forse non avrebbero spaventato più di tanto se sullo sfondo non ci fosse l'inasprita questione dei dazi commerciali.

Alla luce delle ultime dichiarazioni del presidente Trump intenzionato a imporre altre tariffe del 10% su merci in arrivo dalla Cina per l'equivalente di 200 miliardi di dollari, infatti, il calo del Pil di Pechino ha tutta l'aria di essere il primo sintomo di una possibile infezione economica da guerra commerciale.
Se più di una volta è stato ricordato a Washington che lo scambio con il Celeste Impero rappresenta milioni di posti di lavoro statunitensi, adesso, è JP Morgan che tira le orecchie a Pechino sottolineando come 900mila lavoratori cinesi vedrebbero a rischio il loro impiego, un fattore di non secondaria importanza in un'economia che da tempo si trova in una delicatissima fase di transizione il cui scopo sarebbe quello di potenziare i consumi interni, staccandosi dalla parossistica dipendenza dall'export.

L'equilibrio di Washington

Da qui l'interpretazione particolarmente significativa anche del secondo dato macro pubblicato, quello della produzione industriale cinese, anch'essa in calo e che a giugno ha registrato una crescita del 6% rispetto al 6,8% del mese precedente.
Anche per questo motivo si attendono i numeri pubblicati oggi dal Dipartimento per il Commercio statunitense riguardanti le vendite al dettaglio di aprile.

Le previsioni parlano di un aumento dello 0,4% sullo scorso mese, che si affiancherebbe al già registrato aumento dello 0,8% di maggio. Da ricordare che la voce dei consumi privati rappresenta il 70% del Pil Usa. Senza contare che oltre alle vendite al dettaglio e all'inflazione, i mercati guarderanno in questa settimana anche i risultati riguardanti i numeri delle concessioni edilizie, dei nuovi cantieri e della produzione industriale.
Fonte: News Trend Online

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