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giovedì 26 luglio 2018

Draghi continua a incidere sulle prospettive della zona euro

Dichiarazione di Johannes Müller, Head Macro Research di DWS, sulla riunione odierna della BCE, spiega che dopo le decisioni prese dalla BCE in giugno, non ci si poteva attendere che la riunione odierna del consiglio fosse particolarmente esaltante. Gran parte della relazione introduttiva corrispondeva quasi con quella fatta nel mese precedente.
Notevole è stata l'enfasi sull’orientamento volto a mantenere invariati i principali tassi di interesse almeno fino all'estate del 2019. La buona notizia è che nonostante le incertezze del protezionismo, la BCE vede l'economia nella zona euro in buona salute e ha confermato le sue proiezioni.

I rumors di mercato relativi a un possibile annuncio riguardante la procedura per il reinvestimento delle obbligazioni in scadenza come previsto non sono state soddisfatte. Conclusione: l'uscita dal programma di acquisto è predeterminata, l'inizio di una normalizzazione della politica dei tassi di interesse non avrà luogo prima dell'estate 2019.
Sei anni fa a Londra, il Presidente della BCE, Mario Draghi, ha assunto il famoso impegno che la BCE avrebbe fatto "tutto il necessario" per mantenere l'unità dell'Eurozona.

Questo discorso ha rappresentato una svolta importante per la crisi.
L'unione monetaria europea è stata il tentativo di creare un'area monetaria senza una politica fiscale comune, senza un settore bancario comune, senza sistemi di sicurezza sociale comuni e così via. L'entrata nell'euro richiedeva un alto grado di disciplina da parte degli stati membri.
Come abbiamo scoperto nel periodo precedente la crisi del 2008, molti paesi non erano disposti o politicamente in grado di dimostrarlo, in particolare quando si trattava di finanze pubbliche. Durante il primo decennio dell'unione monetaria, questo ha portato a crescenti squilibri. I mercati finanziari lo hanno tollerato per troppo tempo.

Tuttavia, quando nei primi anni di questo decennio i punti di rottura sono diventati sempre più evidenti, la perdita di fiducia ha portato ad un aumento dei premi di rischio e quindi dei costi di rifinanziamento. Per alcuni paesi, questo ha rischiato di soffocare le proprie economie. Nonostante innumerevoli vertici, i politici non sono riusciti a spegnere l'incendio.
Questo era il contesto nel quale il Presidente della BCE alla fine prese l'iniziativa provocando una svolta nella crisi.
Da allora, i premi per il rischio sono diminuiti e le condizioni di finanziamento sono nuovamente diminuite. Questo è particolarmente vero per il debito pubblico. Come dimostra il nostro "grafico della settimana", il ministro delle finanze italiano deve spendere circa un terzo in meno per il servizio del debito pubblico (rispetto al PIL) rispetto al 2000.

Ciò è ancora più straordinario dato che il debito pubblico italiano nello stesso periodo è aumentato dal 105% al 132% del PIL. Il ministro delle finanze tedesco e quello francese nel loro budget hanno dovuto destinare meno denaro per gli interessi.
Averci fatto risparmiare i costi economici, sociali e politici di un disastroso disfacimento dell'euro, che avrebbe sicuramente innescato una grave recessione, è stato molto gradito.
Tuttavia, come sempre nella vita, tutto ha un prezzo: i confini tra politica economica, fiscale e monetaria si sono indeboliti in una misura che non avremmo nemmeno potuto immaginare 10 anni fa. Ciò complica ulteriormente la politica fiscale e monetaria nel già complicato periodo post-crisi.

In futuro, questo potrebbe benissimo darci qualche grattacapo. Ulteriori progressi, in particolare sull'integrazione dei mercati dei capitali europei, sarebbero molto apprezzati.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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