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mercoledì 20 giugno 2018

Piazza Affari positiva ma le tensioni potrebbero tornare presto


Dopo la paura di ieri sull'inasprirsi delle guerre commerciali tra Usa, Cina, Europa, Messico, Canada, oggi torna il sereno. Poco prima delle 13.30 infatti il saldo parziale di Piazza Affari era di 0,55% con 22.206 punti e uno spread che era sceso a 218 punti così come in calo è anche il rendimento sul titolo a 10 anni arrivato a 2,55%.

La view di PIMCO

Eppure la tensione sul mercato italiano non è del tutto sparita, anzi, per la precisione sarebbe più giusto dire che si è solo momentaneamente attenuata come ha sottolineato anche i Scott Mather chief investment officer di Pimco secondo cui i tassi dei Buoni del Tesoro potrebbero trovare un'altra fiammata di qui a breve.

Durante la presentazione del secular outlook della società, ovvero la visione sul mercato di medio e lungo termine, ha sottolineato che la recessione non è un'opzione lontana dal ritornare, sebbene non così forte come quella di 10 anni fa. Una previsione che troverebbe conferma, secondo Mather, nel fatto che in media ogni 5 anni si verifica una sorta di “assestamento” dell'economia, soprattutto se appena uscita da un lungo periodo di crisi.
Ma la calma che si avverte sul mercato italiano in queste giornate risulta quasi un paradosso considerando prima di tutto la tempesta vista a Wall Street con un sell off generalizzato ma anche il fatto che il governo tricolore nato da nemmeno un mese, si basa proprio sulla somma dei due movimenti populisti finora rifiutati dal mercato; non solo, ma gli ultimi proclami del ministro degli Interni Matteo Salvini stanno provocando, oltre a divisioni intenre tra la popolazione, anche diverse lamentele all'interno dell'Unione tra chi sposa la linea dura del leghista e chi, invece, preferisce un approccio più morbido.

La questione politica e l'Europa

Ad ogni modo le decisioni del politico italiano hanno messo sul tavolo il problema dell'immigrazione e della sua urgenza creando di fatto un terremoto nell'Ue, destabilizzando i già fragili equilibri dell'Eurozona.

A questo si aggiungano anche le politiche dell'esecutivo du flat tax, riforma delle pensioni con cancellazione della Fornero, pace fiscale e nuovi investimenti pubblici, tutte decisioni sulle quali i rappresentanti italiani non sembrano voler cambiare le impostazioni di fondo, a tutto discapito della tenuta dei conti pubblici.
Dall'altra parte, però, il ministro del Tesoro Giovanni Tria ha confermato la volontà del suo ministero di mantenere il controllo della spesa. Una posizione nettamente antitetica che getta confusione tra gli investitori e dubbi tra i responsabili di Bruxelles. Questa schizofrenia (non solo apparente) porta i grandi fondi a non cambiare le proprie posizioni corte su Piazza Affari.

Questo spiega un rialzo moderato dei rendimenti (tra lo 0,75% e l'1% in più rispetto a prima delle elezioni). I timori sebbene siano aumentati in parallelo all'annuncio della fine, sempre più prossima, del QE, non dipendono direttamente da questo: la Bce, come detto da Draghi, continuerà a reinvestire, quindi una porta aperta resterebbe comunque, soprattutto grazie al rialzo dei tassi di interesse che dovrebbe avvenire in maniera graduale e più in là nel tempo.

Il nodo bancario

A spaventare di più sono le banche e il nodo (scorsoio?) che le lega ai titoli di stato: tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno si dovrebbe assistere a una serie di revisioni sul giudizio del debito italiano, revisioni che vengono date tutte al ribasso e che rischiano di far uscire l'Italia dall'investment grade.

La prima conseguenza? La fuga degli investitori istituzionali i quali, molti per volontà di statuto, non possono avere in portafoglio titoli giudicati troppo costosi. La seconda sarebbe la scomoda posizione della stessa Bce che negli scampoli del suo QE non li prenderebbe più e, in parallelo, sarebbe anche costretta ad aumentare il costo del rifinanziamento a quelle banche che li presentano come collaterale; in ultima analisi questi costi verrebbero poi scaricati su chi chiede prestiti e finanziamenti.

Ovvero famiglie, privati e imprenditori. Ma l'Italia non è la Grecia nel senso che a differenza della nazione ellenica ha un apporto ben più alto all'interno del gruppo europeo, anche in virtù del suo essere la terza economia dell'Unione, che la pone nello scomodo ruolo di potenza troppo grande per fallire.
Fonte: News Trend Online

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