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lunedì 4 giugno 2018

Petrolio: cosa c’è dietro lo spread Wti-Brent

Il divario tra i due indici è destinato a salire
Come illustrato ieri, lo spread tra Brent e Wti ha registrato livelli importanti.
Per comprendere meglio la situazione (per la cui trattazione introduttiva clicca qui) risulta utile fornire alcuni dati che possano illustrare meglio quanto stia accadendo a livello energetico.
È noto come il 31 maggio l’Energy Information Administration abbia diffuso un report sulla produzione petrolifera americana.
Secondo L’Eia, nell’ultima settimana di maggio si è raggiunto un nuovo apice per barili distribuiti, ben 10,8 milioni giornalieri. Tale valore consta di un record importante, essendo di poco inferiore, duecentomila unità, rispetto alla Russia leader mondiale.
A livello mensile, l’estrazione Usa è stata di 10,5 mbg.
Di uguale tenore l’esportazione del greggio, la cui liberalizzazione Usa inaugurata tre anni fa ha raggiunto vette epocali, toccando record di 2,6 mbg nella metà del mese precedente. Il che è davvero singolare se si considera come tale quantità sia maggiore dell’export del settore operato da diversi paesi dell’Organizzazione Paesi Esportatori di Petrolio (Opec).
Tale livello di produttività si scontra con la difficoltà di diffusione per le motivazioni di cui parlavamo ieri, nonostante non possa dimenticarsi lo sforzo americano di ottimizzazione e implementazione delle strutture.
Un simile impegno deve fare i conti con realtà con le Midlands, in cui un barile di greggio registra un ribasso valoriale che oscilli dai 20 ai 25 dollari rispetto al competitor Brent.
Nel dettaglio, sono molte le voci spesa che incrementano il costo del greggio riducendone la divisibilità dei profitti.
Innanzitutto, gioca ricordare che la sistematica utilizzata per catalizzare il flusso degli oleodotti consti di un insieme di additivi attraverso i quali sia possibile ridurre l’attrito, chiamati Drag Reducing Agents. Una tecnologia all’avanguardia, ma, secondo Reuters, tali sostanze presuppongono un esborso non indifferente, che possa arrivare a 25 dollari al gallone, eccedendo quindi di otto volte il prezzo della benzina. Se a ciò si somma il costo sostenuto per la riconversione di oleodotti non più conformi e la cui funzionalità non permetta una portata ottimale, si comprende quanto l’oro nero stelle e strisce risenta di tali criticità.
Nel segno di costi elevati e strumentazione a rischio rientra anche il comparto trasporti.
Tali mezzi non risultano essere davvero performanti a livello di tempistiche, anche in proporzione all’alto costo di cui sono titolari. A questo si aggiunge anche la loro insufficienza numerica, perché, come già trattato nella prima parte, si assiste quasi a un vera e propria competizione tra oil e shale oil, con macchinari e impianti divisi tra le due risorse energetiche.
Prendendo le mosse da quanto affermato sopra, è doverosa una precisazione. Per quanto la strumentazione per la gestione in toto dei due combustibili sia frazionata, va detto che lo shale oil, a differenza del petrolio, sia molto più leggero e per questa caratteristica (oltre al fatto di essere alquanto solforoso) non presenti compatibilità con molti impianti di raffinazione petrolifera, inficiando così una strumentazione presente che non riesca nello stesso tempo a raffinare il greggio e soddisfare la domanda estrattiva di shale sempre più elevata.
Il che implica un accumulo di scorte di carburanti a monte di un consumo già importante di benzina e altri distillati.
Il quadro che ne deriva è uno spread elevato tra Wti e Brent, contingenza che sta generando un circolo vizioso improduttivo per il comparto petrolifero americano, trovandosi nella situazione di vantare barili petroliferi molto competitivi che non riescono a far decollare il mercato come da programma, con effetti distorsivi verso altre forniture in altri Paesi. Non ultimi, quelli appartenenti all’Unione Europea.
Una simile cornice si appresta a influenzare anche tutto il greggio appartenente al paniere del Brent, ma per ora queste sono voci di corridoio.
Quel che rileva qui è che la partita differenziale tra i due indici petroliferi vede il Brent nettamente in vantaggio di 11 dollari e il che potrebbe spingere gli Stati Uniti d’America a misure che fino a oggi sarebbero state impensabili.
This article was originally posted on FX Empire

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