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mercoledì 13 giugno 2018

Nessun complotto contro l’Italia dietro gli acquisti della Bce

L’aumento dello spread ha fatto riesplodere le polemiche sugli acquisti di titoli di stato da parte della Bce. Ma non c’è stato nessun “complotto” a Francoforte. I rendimenti sui titoli italiani sono aumentati a causa dell’incertezza politica in Italia.

Acquisti Bce sotto la lente

Circa tre mesi dopo le elezioni, l’Italia ha finalmente un nuovo governo.
Con il ritorno del famigerato “spread” – che ha preceduto l’accordo finale di governo tra Movimento 5 stelle e Lega – si sono riaccese anche le polemiche, in particolare nei confronti della Banca centrale europea. La Bce, stando ai commenti di alcuni esponenti di M5s e Lega riportati anche dal Financial Times, avrebbe infatti contribuito all’aumento dei rendimenti dei titoli italiani attraverso la riduzione degli acquisti nel mese di maggio.

Quanto c’è di vero in queste polemiche? Poco o nulla.
Intanto, la Bce ha ridotto gli acquisti di titoli di stato italiani a maggio? Sì, ma non solo di titoli italiani.
La figura 1 mostra che sono diminuiti della stessa percentuale (circa il 9 per cento rispetto al mese precedente) anche gli acquisti dei titoli di stato spagnoli e francesi.
Se guardassimo ai titoli portoghesi, olandesi, austriaci, irlandesi, belgi o finlandesi (non inclusi nel grafico), vedremmo esattamente lo stesso calo. Gli acquisti di bond governativi tedeschi sono invece aumentati, rispetto ad aprile.
Figura 1 – Acquisti netti mensili per paese (Pspp)
Fonte dati: Bce
Perché è accaduto? Primo, è importante notare che gli acquisti di titoli tedeschi in aprile e marzo sono stati sotto la media: circa 4,7-4,8 miliardi di euro, contro una media intorno ai 5,2 miliardi per il periodo gennaio-maggio.

Al contrario, gli acquisti di titoli italiani ad aprile sono stati sopra la media: circa 4 miliardi di euro contro una media di 3,6 miliardi per il periodo gennaio-maggio.
Questo tipo di variazioni non ha nulla di straordinario: i titoli che la Bce compra ogni mese sono ripartiti “geograficamente” in proporzione alla quota di ciascun paese nel capitale della Banca (capital key).
Ma la stessa Banca centrale chiarisce che l’attuazione mensile mantiene un certo grado di flessibilità.
Secondo, la Bce mantiene flessibilità anche per quanto riguarda il re-investimento dei proventi dai titoli in scadenza. Sono re-investiti nel mese in cui si realizza la scadenza, se possibile, o nei successivi due mesi, se necessario alla luce delle condizioni di liquidità del mercato.

Ad aprile si è realizzato un significativo ammontare di scadenze nel portafoglio di titoli detenuti dalla Bce (figura 2). Purtroppo, non ci sono dati ufficiali sulla composizione “geografica” dei titoli in scadenza, ma come emerge dalle stime degli operatori di mercato e come chiarito anche dal capo delle relazioni con la stampa della Bce, si tratta in gran parte di titoli tedeschi il cui reinvestimento sarebbe stato spalmato su due (o più) mesi.
Questo “effetto tecnico” spiega la divergenza documentata nella figura 1.
Figura 2 – Scadenze titoli in portafoglio (Pspp)
Fonte dati: Bce

Perché aumenta il rendimento dei Btp

È stato il comportamento della Bce a far aumentare il rendimento dei Btp? No, è stata la preoccupazione dei mercati finanziari di fronte all’incertezza politica che abbiamo vissuto nelle ultime settimane.
Un primo elemento a supporto della tesi è il differente andamento del tasso d’interesse sui titoli italiani e francesi.

Benché la Bce abbia ridotto gli acquisti di titoli italiani e francesi della stessa percentuale, il rendimento dei secondi è diminuito nello stesso periodo in cui quello dei primi è aumentato.
Un secondo elemento è il diverso andamento del prezzo dei credit default swap a cinque anni sul debito italiano, a seconda della diversa protezione offerta.
I “nuovi” contratti Cds si basano sulle regole approvate dall’International Swaps and Derivatives Association (Isda) nel 2014. Oltre ad assicurare contro il classico rischio di ristrutturazione del debito, assicurano anche contro il rischio che il debito venga ri-denominato da euro in una valuta per cui non esista, al tempo della ridenominazione, un tasso di conversione di mercato.

Questo copre anche il caso di un paese che decida di uscire dall’euro e introdurre una propria valuta. I “vecchi” contratti Cds (basati sulle precedenti regole Isda) proteggono invece solo dal classico rischio di ristrutturazione. La differenza di prezzo tra i nuovi e vecchi contratti si può quindi leggere come una misura del rischio di ridenominazione percepito dagli operatori di mercato.
Durante le ultime settimane di maggio, la differenza è aumentata significativamente, lasciando capire come i mercati fossero preoccupati che l’Italia potesse – deliberatamente o accidentalmente – uscire dall’euro.
L’aumento dei tassi di interesse sul debito italiano non è quindi dovuto a misteriose congiure ordite nelle stanze del potere di Francoforte.

È del tutto “made in Italy” e molto facilmente spiegabile con la preoccupazione degli intermediari finanziari di fronte all’incertezza politica che ha dominato nelle scorse settimane.
Di Silvia Merler
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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