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venerdì 22 giugno 2018

Mercati Usa: aumentano i fattori di debolezza. Orsi all'erta


In Europa le borse si stanno riprendendo dopo i cali dettati dai timori di una guerra commerciale mondiale e soprattutto dal suo inasprirsi.

La situazione

Alle 13, infatti, Piazza Affari registrava un incoraggiante +1,2% con la possibilità di intravedere i 22mila punti (21.933) mentre il Ftse 100 di Londra e il Cac 40 di Parigi arrivavano entrambi a 0,8% mentre il Dax si fermava allo steso momento a 0,47%.
A dare una mano anche la risoluzione della crisi greca, o per meglio dire la chiusura del piano di aiuti ad Atene, piano che si è prolungato per 8 anni e che ha dato vita ad una serie di crisi cicliche all'interno della moneta unica le quali a loro volta hanno portato anche a dubitare della tenuta non solo dell'euro ma dell'intera organizzazione che lo aveva creato.

Cosa deve fare Atene adesso?

All'orizzonte una tranche di prestiti da 15 miliardi, l'ultima e per di più già approvata, che arriverà grazie all'approvazione di tutte le 88 riforme volute dall'Europa.

Oltre questo la Grecia beneficerà di un ulteriore taglio di quanto dovuto che permetterà di scendere da un rapporto debito Pil al 190% con l'allungamento di scadenze per altri 10 anni. Numeri alla mano la penisola ellenica, in 8 anni ha ricevuto prestiti per 273 miliardi ma dovrà comunque restare ancora sotto l'occhio vigile degli osservatori affinché continui sulla strada del rigore.
Da parte sua intanto, l'Eurozona ha visti pubblicati i dati preliminari dell''indice Pmi composito di giugno, elaborato da Ihs Markit: il risultato è stato di 54,8 punti, in aumento sui 54,1 di maggio ed oltre le attese, ferme a 53,9 punti.

In salita anche l'indice preliminare dei servizi: 55 punti, contro i 53,8 di maggio e oltre i 53,7 attesi del consenso.

Dazi e conseguenze

Sullo sfondo però restano ancora le incertezze per quei dazi che scattano oggi, dazi voluti da Bruxelles come contromossa alla volontà statunitense proteggere i propri prodotti.
Per il vecchio Continente si tratta di tariffe aumentate per 2,8 miliardi di dollari di merci in arrivo da Washington, misura di minimo impatto, anche perché è nella stessa volontà europea non inasprire i torni e continuare a sperare nel dialogo.
Intanto gli analisti dall'altra parte dell'oceano guardano a quel mercato toro che ormai è vecchio di 10 anni
Si sa che i mercati toro non muoiono di vecchiaia, ma adesso potrebbero però morire di ingordigia.

In realtà l'ultimo e tra i più longevi, è stato alimentato di volta in volta dalle strategie di politica monetaria volute dalle varie banche centrali che hanno visto la fed in prima linea sia nell'attivarle, come all'indomani della crisi dei subprime del 2008, ma anche del limitarle.
A dare una mano anche i tassi ai minimi storici che hanno avuto lo scopo di riattivare la circolazione dei capitali spostando però l'interesse di chi investe verso orizzonti più rischiosi al fine di avere rendimenti più appetibili. Paradossalmente, quindi, se i mercati toro non muoiono di vecchiaia, possono morire però, come detto, di ingordigia, arriganza ed eccesso di debito.

La view degli analisti

Il colpo di grazia, poi, viene dato il più delle volte da errori di politica, in questo caso rappresentati dalle scelte del presidente Donald Trump reo di aver acceso la scintilla di una guerra commerciale che, come abbiamo visto, rischia di trasformarsi in un incendio.

Il mix di paure derivanti dalla guerra dei dazi e dall'aumento dei tassi di interesse ad opera della Fed (si parla di 4 rialzi per il solo 2018), sta iniziando ad innervosire gli investitori.
Ralph Jainz, gestore di fondi per Centricus Asset Management, ha dichiarato alla Cnbc: "Il sostegno delle banche centrali sta iniziando a svanire, anche se il panorama della domanda a livello mondiale si sta deteriorando".

Il suo consiglio è quello di posizionarsi per un mercato in fase di cambiamento che si dovrebbe avvertire già in Europa non più tardi della prima metà del 2019. Per Jainz “il settore tecnologico è indubbiamente in una fase di bolla e di surriscaldamento, come dimostra il divario tra titoli growth (come appunto i tecnologici) e quelli value (come ad esempio le banche) che è al massimo dal primo trimestre del 2000."
A fargli eco anche Stewart Richardson, CIO di RMG Investment Management, convinto che questo ciclo di crescita si stia avvicinando alla sua fase finale: le politiche accomodanti hanno favorito l'aumento dell'indebitamento che nel caso delle società si sta rivelando preoccupante.
Fonte: News Trend Online

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