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lunedì 18 giugno 2018

Guerra commerciale: i rischi aumentano. Dove è meglio investire?


Si appesantisce strada facendo il bilancio delle Borse europee che, dopo il segno meno di venerdì scorso, continuano a perdere terreno anche oggi. Il Ftse100 limita i danni ad un calo dello 0,35%, mentre il Cac40 e il Dax30 arretrano rispettivamente dll'1,25% e dell'1,37%. In rosso anche Piazza Affari dove il Ftse Mib scende a mettere sotto pressione l'area dei 22.000, con un ribasso dello 0,92%.
Si muovono in territorio negativo anche i futures sui principali indici Usa che mostrano un cao di poco superiore al mezzo punto percentuale per il momento. 
A pesare sul sentiment degli investitori sono i timori crescenti di una guerra commerciale, dopo che venerdì scorso il presidente Trump ha annunciato nuovi dazi del 25% sull'importazione di circa 800 prodotti cinesi per un valore di 50 miliardi di dollari a partire dal prossimo 6 luglio.


Non si è fatta attendere la risposta di Pechino, da cui si è appreso che il Paese imporrà dazi della stessa portata ai beni provenienti dagli Stati Uniti, con dazi del 25% sull'importo di quasi 700 prodotti. 
Gli investitori sono così sempre più preoccupati degli sviluppi sul fronte commerciale e non a caso gli economisti di Intesa Sanpaolo proprio questa mattina hanno segnalato che aumenta in misura significativa la probabilità di una vera e propria guerra commerciale.


Gli esperti spiegano che lo scontro non riguarda solo la Cina, ma anche gli alleati degli Stati Uniti, quali Canada, Messico e Unione europea che dal primo giugno scorso subiscono l'imposizione di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dagli Usa. 
A ciò si aggiunga che i negoziati sul Nafta sono bloccati e con il passare del tempo aumenta la probabilità che gli Stati Uniti escano dal trattato, con l'obiettivo di siglare accordi bilaterali.

Intesa Sanpaolo fa sapere che secondo le stime elaborate dalla Tax Foundation, i dati su 50 miliardi di dollari di beni importati dalla Cina, insieme a quelli già attuali su alluminio, acciaio, panelli solari e lavatrici, avrebbero un impatto negativo sulla crescita americana di medio termine nell'ordine dello 0,06%.
Per il Fondo Monetario Internazionale un aumento generalizzato del 10% dei dazi sulle importazioni Usa, unitamente ad una risposta analoga da parte degli altri Paesi colpiti dagli stessi, causerebbe una correzione della crescita economica mondiale dello 0,5%, mentre per quella statunitense le ricadute negative sarebbero pari all'1%.


Ancora più allarmanti le previsioni dei ricercatori della BCE, i quali hanno calcolato che se gli Stati Uniti imponessero dazi del 10% su tutte le loro importazioni e si avesse un'analoga risposta da parte dei partner commerciali, il PIL Usa subirebbe una decurtazione del 2,5% e gli Stati Uniti entrerebbero in recessione nel giro di 18-24 mesi.

A livello globale invece la crescita economica passerebbe a meno del 3% dal 4% attuale e anche in questo caso la recessione non sarebbe molto lontana. 
Alla luce di ciò non stupisce che gli economisti di Unicrediti segnalino come ci siano motivi validi per essere preoccupati, anche se i mercati al momento non sembrano particolarmente intimoriti, quasi a voler ignorare le minacce di Trump.


Una dimostrazione ciò arriva dall'analisi dell'andamento registrato dal mercato Usa ni questa prima metà dell'anno. Gli economisti di Unicredit fanno notare che da quando le idee protezionistiche di Trump sono passate dalle parole ai fatti, la parte dell'S&P500 composta da società più esposte all'economia Usa e quindi destinate in teoria a beneficiare del protezionismo, ha riportato una flessione del 6,2%, mentre le azioni più esposte all'export sono calate solo del 2,7%.


A detta degli esperti questo andamento rispecchia i dati diffusi nel primo trimestre di quest'anno che hanno confermato una crescita globale forte, ma non sarà così anche in futuro. 
Il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, avverte che si prospettano mesi difficili per le Borse mondiali.
Alla luce delle tensioni commerciali in atto, l'esperto suggerisce di privilegiare i titoli più esposti alla domanda domestica in Asia e in Europa, mantenendo al contempo una bassa esposizione verso gli Stati Uniti. 
Del resto il pericolo di una guerra commerciale è più vicino di quanto si pensi, come spiegato dagli analisti di Mitsubishi Financial Group, i quali credono che ci separi solo un annuncio sbagliato sui dazi, da uno dei partner commerciali,  dal momento in cui gli investitori valuteranno che siamo entrati in una guerra commerciale globale.
Fonte: News Trend Online

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