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lunedì 18 giugno 2018

Europa ed USA sempre più divergenti


I mercati hanno superato con alti e bassi la settimana delle banche centrali. Si sono conclusi infatti mercoledì e giovedì i due importanti meeting delle principali banche centrali del pianeta, la FED e la BCE, che hanno comunicato ai mercati l’evoluzione delle loro politiche monetarie per i prossimi mesi.
I mercati sono stati ampiamente preparati da un ampio ventaglio di “sussurri”, nelle settimane precedenti, da parte di autorevoli membri del Direttivo delle due istituzioni monetarie, che hanno attutito l’effetto sorpresa.

Ma la sostanza dei comunicati è riuscita comunque a produrre volatilità su mercati che attendono sempre le parole di Draghi e Powell come i passerottini in primavera, nei loro caldi nidi, attendono l’imbeccata della mamma.
Ho già sintetizzato a caldo, nei giorni scorsi, le principali novità.
Oggi farei una riflessione sul messaggio che i mercati ricevono dal complesso delle novità comunicate e su come queste novità potrebbero influire nelle decisioni degli investitori in estate. 
Mi sembra innanzitutto che sia emersa una certa divergenza nelle attese congiunturali delle due banche centrali.

La Fed ha rivisto al rialzo le previsioni sulla crescita economica USA del 2018 (dal 2,7% al 2,8%) e quelle sull’inflazione attesa (dal 1,9% al 2,1%), mentre ha abbassato la stima sulla disoccupazione (dal 3,8% al 3,6%). Una tale manifestazione di ottimismo ha comportato l’accelerazione del ritmo di rialzo dei tassi, che dovrebbero essere 4 nel 2018 (due già fatti), tre nel 2019 ed almeno 1 nel 2020.
Ben diverso è stato il tono di Draghi, che ha corretto al ribasso le attese di crescita 2018 per l’area euro (dal 2,4% al 2,1%), anche se l’inflazione è stata rivista al rialzo da 1,4% a 1,7%.
Pertanto la pillola dell’atteso annuncio della fine del QE è stata indorata a dovere, dapprima annunciando che di fatto la BCE comprerà ancora 30 miliardi al mese di titoli di stato fino a settembre e poi 15 fino a dicembre.

Poi che i tassi di riferimento rimarranno ancora fermi almeno fino all’estate 2019 e altrettanto succederà alla montagna di titoli di stato presenti nel bilancio BCE, poiché quelli che scadranno verranno ricomprati. Pertanto la Bce ha annunciato di fatto il congelamento per oltre sei mesi della situazione fortemente accondiscendente che verrà fotografata a dicembre, che a sua volta sarà più generosa di quella che si potrebbe fotografare ora.
Mi sembra una bella differenza.

Coloro che si sono affrettati a comunicare che “la pacchia dei regali” di zio Mario era finita, forse non hanno scartato con attenzione tutti i pacchi fino in fondo.
Se ragioniamo sui fatti e sui programmi ufficialmente comunicati dalle due banche centrali constatiamo che oggi i tassi ufficiali FED sono al 2% e nell’estate 2019  dovrebbero essere stati portati al 3%.
Inoltre la montagna di liquidità creata con l’acquisto di titoli fatti nelle tre edizioni del QE, che oggi ammonta ancora a 4.325 milioni di $ e viene ridotta, per ora, al ritmo di 30 miliardi di dollari al mese (40 da luglio a settembre e 50 da ottobre 2018 in avanti), nell’estate 2019 dovrebbe essere scesa all’incirca intorno ai 3.750 miliardi di dollari.
La BCE, invece, oggi ha i tassi di riferimento a zero e tali saranno anche tra un anno, mentre la montagna di titoli comprati col QE, che ora ammonta a 4.560 miliardi di euro, crescerà ancora fino a circa 4.700 miliardi a fine anno, e lì rimarrà fino all’estate 2019.
Se confrontiamo le due situazioni, abbiamo davanti ancora un anno di BCE accomodante, meno di prima, ma sempre generosa.

Invece la FED si sta facendo decisamente aggressiva. La BCE sta chiudendo il rubinetto della liquidità aggiuntiva, ma molto lentamente e con grande cautela. E per un bel po’ l’abbassamento della montagna di titoli in portafoglio non è all’ordine del giorno. La FED, al contrario, che il rubinetto l’ha chiuso da parecchi mesi, sta già accelerando la sua opera di drenaggio della liquidità sia dal lato dei tassi che da quello della riduzione dei titoli in portafoglio. 
A me pare una divergenza rilevante e crescente, che spiega il motivo per cui in seguito alle parole di Draghi il dollaro si è rafforzato nettamente e velocemente sull’euro.

E che probabilmente crea spazio per ulteriori rafforzamenti per la valuta americana nei mesi estivi.
Le borse USA non hanno gradito molto la grinta di Powell. Infatti dopo la salita dei primi due giorni della settimana, il comunicato FED ha smorzato gli entusiasmi e gli indici hanno passato gli ultimi 3 giorni a riflettere, mentre i venditori hanno prevalso sui compratori.
Niente di allarmante. Le vendite sono state assorbite abbastanza bene. Ma la perdita di spinta degli indici USA, dopo il rally della prima metà di giugno, pare evidente. 
Le notizie di nuovi dazi di Trump alla Cina e sulla preparazione di dazi anche sul settore auto, per colpire l’industria europea, non aiutano le borse azionarie a pensare positivo.
Così  anche in Europa, dopo la bella spinta rialzista ricevuta dalle carezze di Draghi, la settimana si è conclusa con qualche presa di beneficio.

Per Eurostoxx50 e gli indici europei è comunque una settimana piuttosto positiva, che inverte la marcia al rialzo dopo tre candele settimanali ribassiste consecutive, causate in larga misura dalle incertezze politiche in Eurozona causate dai numerosi sassi gettati nello stagno europeo dal governo Salvini (confermo: Governo Salvini.
Non è un errore, ma una constatazione di fatto).
Attenzione però a non scambiare un rimbalzo per un’inversione di tendenza. Il governo italiano sta litigando con l’Europa su questioni di cinismo politico verso i migranti. Sono decisioni che non costano nulla e rendono tanto in termini di populismo.
Nelle prossime settimane si dovrà pur cominciare a pensare a quali provvedimenti economici prendere e come trovare i soldi.

Su queste questioni l’attenzione dei mercati è molto più pronta e scrupolosa di quanto lo sia nel giudicare diktat ed ultimatum lanciati alle navi che soccorrono i profughi.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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