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giovedì 14 giugno 2018

Dopo la FED tocca a Draghi


L’attesa per l’appuntamento con la FED ha frenato anche ieri i movimenti sulle principali Borse mondiali. Una giornata abbastanza calma, passata con modesti segni positivi si è poi rianimata un po’ sui mercati americani, dopo la pubblicazione del comunicato FED, che ha alzato i tassi sui FED Fund di un quarto di punto, al 2%, la misura da tutti prevista.
La volatilità è cresciuta e la seduta si è chiusa in negativo, sui minimi di seduta, per SP500 (-0,40%) e Dow Jones (-0,47%).

Un po’ più resistente si è mostrato il tecnologico Nasdaq100, che è riuscito a conservare la parità dopo che alle 17,30 aveva realizzato l’ennesimo massimo storico.
Il motivo del nervosismo finale sta proprio nelle proiezioni economiche presentate e nelle parole di Jerome Powell in Conferenza Stampa.
La Fed ha manifestato una notevole fiducia sulla capacità di accelerazione della crescita del PIL, portando il dato previsto per il 2018 al 2,8% dal 2,7% precedentemente stimato. Inoltre ha risolto il dubbio su quanto rialzi verranno ancora effettuato in questo 2018. Il mercato era indeciso tra un ulteriore ritocco oppure due.

La maggioranza dei partecipanti al FOMC è sembrata propensa a farne altri 2, rendendo così il percorso di normalizzazione leggermente più aggressivo di quanto non si aspettasse il mercato.
Ciò è bastato a motivare qualche presa di profitto dopo la tranquilla salita degli indici che si è compiuta nella prima parte del mese di giugno.
Per ora nulla di allarmante, poiché l’aggressività FED è motivata dalla buona salute dell’economia USA.

Però l’impressione che ha voluto fornire la FED non è più quella di un’istituzione molto attenta a non disturbare i mercati e timorosa che l’inflazione  torni a scendere. L’era di Yellen e della cautela pare messa alle spalle, con tutti i rischi di sbagliare che l’atteggiamento più aggressivo porta con sé.
Oggi si volta pagina e si fa l’esame a Draghi.
Le parole pronunciate nei giorni scorsi da alcuni autorevoli membri del board e dell’Ufficio Studi, hanno telefonato ai mercati la possibilità che Draghi oggi comunichi la fine ufficiale del QE per fine anno, mediante una manovra di progressiva riduzione degli acquisti mensili di titoli di stato che porti, dai 30 miliardi attuati fino a settembre, all’azzeramento entro dicembre.

Credo che Draghi faccia queste dichiarazioni a malincuore, se le farà. SuperMario è stato sempre anche SuperColomba e senza di lui uno strumento di manipolazione dei rendimenti così potente non sarebbe mai stato implementato. E’ nota la sua forte propensione alla generosità.
Il fatto che fino ad ora nei comunicati ufficiali BCE, quando si affermava che gli acquisti sarebbero durati almeno fino a settembre 2018, ha sempre preteso l’aggiunta della locuzione “ed anche oltre, se necessario”, affermazione sempre ribadita in ogni suo intervento pubblico, quasi a marcare il terreno e segnalare ai mercati il suo potere di condizionamento sulla maggioranza dei partecipanti al Board BCE.
Se oggi Draghi, in presenza di un’inflazione europea che non è ancora al target del 2%, e con segnali di instabilità politica che coinvolgono il suo paese e il futuro dell’area euro, modificherà l’impostazione della politica monetaria in senso meno accomodante, non significa che riterrà non più necessario il QE, ma semplicemente che, con l’avvicinarsi del suo ultimo anno di reggenza, sta perdendo il suo potere di controllo sugli altri membri, da cominciano ad allinearsi alle idee di chi prenderà il suo posto, cioè il tedesco Weidmann.
E questo, al di là delle conseguenze pratiche immediate che questa decisione provocherà, abbastanza scarse, segnalerà al mercato che la BCE sta cambiando padrone, e che quello nuovo è molto meno malleabile del vecchio.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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