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lunedì 4 giugno 2018

Che cinema l’economia!


Della commedia umana nel cinema c’è tutto, anche la finanza. Lo racconta il libro “Prendi i soldi e scappa” (Laterza) di cui pubblichiamo qui un passo. L’ autore organizza dal 2013 la rassegna Cineconomia al Festivaleconomia di Trento che inizia giovedì 31 maggio.

“Chinatown”: le regole della finanza

Chinatown è un bellissimo noir di Polanski ambientato negli anni Trenta che ci mostra come un’indagine apparentemente banale possa portare a mettere a nudo una storia assai più complessa in cui emergono gli aspetti peggiori della società e della politica.

Il personaggio interpretato da un Jack Nicholson all’apice della forma è un detective privato che ha abbandonato la polizia perché disgustato dal crimine comune e si dedica a casi di basso profilo. Ma il destino è sempre beffardo e l’ennesimo caso di tradimento coniugale svela a poco a poco un retroscena fatto di assalto alle riserve idriche di Los Angeles, corruzione e addirittura abiezione morale.
La signora che gli ha affidato l’incarico (Faye Dunaway) è stata violentata da piccola dal padre (John Houston qui dall’altra parte dell’obiettivo) e ha avuto da lui una figlia. Lo scellerato (Noah Cross, a sottolineare l’importanza dell’acqua nella vicenda) è il magnate che mette le mani sulla città (anzi, sull’acquedotto) e per raggiungere il suo scopo non si ferma neanche di fronte all’assassinio del marito di Faye Dunaway, che non solo non metteva le corna alla moglie (e non si fa fatica a crederci) ma era l’ingegnere del comune che tentava a tutti i costi di opporsi alla privatizzazione selvaggia di una risorsa così importante per Los Angeles.
Finale tragico nel quartiere cinese e a Jake che vuole in qualche modo reagire e far arrestare Noah Cross, il vecchio poliziotto suo amico dice: «Lascia perdere, Jake.

È Chinatown» Nell’originale addirittura forget, dimentica, non è successo niente.

“Inside Job” e “La grande scommessa”

Molti commentatori negli anni successivi alla crisi hanno sentito la stessa frustrazione. Basti vedere la conclusione di alcuni film che abbiamo citato.
In Inside Job si dice: «Per decenni il sistema finanziario americano è stato stabile e sicuro. Ma a un certo punto, qualcosa è cambiato. La finanza ha voltato le spalle alla società, ha corrotto il nostro sistema politico e gettato il mondo nella crisi. A un costo enorme, abbiamo evitato il disastro, ma le persone e le istituzioni responsabili della crisi sono ancora al loro posto e questo deve cambiare.

Essi vi diranno che abbiamo bisogno di loro e che ciò che fanno è troppo complicato perché noi capiamo. Ci diranno che non succederà più. Spenderanno miliardi per combattere le riforme».
Anche La grande scommessa ci manda il suo messaggio nei titoli di coda.
Ci ricorda che i due ragazzi che sognavano di mettere in piedi un fondo proprio hanno cercato di intentare causa alle agenzie di rating, ma sono stati derisi da tutti gli studi legali cui si erano rivolti. Uno dei due ha cambiato mestiere e smesso di prendere tranquillanti. Dal canto suo, Michael Burry chiese più volte alle autorità di controllo se erano interessati a sapere come mai egli aveva potuto prevedere con anni di anticipo che il sistema sarebbe crollato.

Alle sue chiamate non venne mai data risposta. In compenso, ricevette ben quattro ispezioni e una visita dell’Fbi. La modesta attività di investimento che ancora esercita è concentrata su un solo bene: l’acqua (che abbia visto anche lui Chinatown?). La chicca è però alla fine e merita di essere riportata testualmente: «Nel 2015 molte grandi banche hanno cominciato a vendere miliardi di titoli chiamati bespoke tranche opportunity, che secondo il “Wall Street Journal” è il nome nuovo dei Cdo».

Gattopardi a Wall Street

In Margin Call Tuld-Irons delinea uno scenario degno del principe di Salina.

A Sam, che continua ad essere ossessionato dai suoi scrupoli, dice glaciale: «Non possiamo farci niente e né tu né io possiamo controllarlo, fermarlo, rallentarlo o semplicemente modificarlo. Semplicemente reagiamo e siamo pagati profumatamente per farlo se lo facciamo bene. Altrimenti veniamo abbandonati al margine della strada.
C’è sempre stata e ci sarà sempre la stessa percentuale di vincitori e di vinti».
Tutti questi finali mandano un messaggio forte e chiaro a chi chiede nuove regole per imbrigliare la nuova finanza. Le misure, molte e complesse, che sono state varate tamponano singoli punti di fragilità, ma non danno alcuna garanzia che le cause profonde della degenerazione della finanza siano state toccate.

«Lascia perdere, Jake. È Wall Street» potremmo dire. Si è già ricordata la frase di Michael Lewis (grande narratore di storie finaziarie, ndr) secondo cui il grande errore non è stato far fallire Lehman, ma consentirle di avere successo, il che significa un errore madornale e prolungato nel tempo dei regolatori, banche centrali incluse.
Molti economisti e ora anche i massimi organismi internazionali (il Fondo monetario, la Banca dei regolamenti internazionali) ammoniscono che l’eccesso di debiti accumulato non è stato smaltito e che il rischio di bolle speculative a catena è sempre più evidente. Il che significa, per usare un termine da gialli, che il colpevole non è stato ancora acciuffato e non ha cambiato modus operandi.

Forse è difficile trovarlo, come il Kayser Söze di I soliti sospetti o forse, come dice una celebre battuta del film (ripresa da Baudelaire), ci ha convinto di non esistere neppure: «La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è far credere al mondo che lui non esiste».
Di Marco Onado
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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