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giovedì 14 giugno 2018

BofA: dopo la Fed focus su dollaro ed emergenti


Come era ampiamente previsto, la Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, il che ha portato il range di riferimento del costo del denaro tra l'1,75% e il 2%.

Nuovi aumenti all'orizzonte

Quello che però non era previsto era una serie di aumenti più numerosa: 7 tra il 2018 e il 2019 invece dei 6 inizialmente preventivati a marzo.
Una decisione dettata dal fatto che il Pil del 2018 è stato rivisto al rialzo al 2,8% invece del 2,7% così come anche l'inflazione al 2,1%, anzichè all'1,9% da qui al 2020. Inversamente proporzionale è però l'andamento della disoccupazione: 3,6% per il 2018 e 3,5% tra il 2019 e il 2020.

Un'aggressività che potrebbe portare qualche problema sui mercati emergenti, ancora esposti ad un ampio debito in dollari ma anche sul dollaro stesso, come sottolineano da Bank of America Merrill Lynch; dalla banca Usa, infatti, si aspettano un rafforzamento della divisa statunitense sul dollaro anche in confronto con una situazione economica che nel Vecchio Continente non sembra mantenere le promesse che si erano intraviste nel 2017.
Non solo, ma il rialzo del dollaro potrebbe essere alimentato anche da una generale turbolenza europea che nascerebbe dal fronte italiano. Spariti, dunque, i timori dei contraccolpi di una guerra commerciale, guerra nella quale, sottolineano da BofA, sarebbe l'Europa e non gli Usa a perdere maggiormente.

Focus Bce

Intanto l'attenzione è tutta per la Bce e la conferenza stampa di oggi alle 14.

Le indicazioni della maggior parte degli analisti optano per un annuncio che, pur rispettando lo status quo dovrebbe dare indicazioni precise o comunque annunciare la decisione di un'inversione di rotta, probabilmente a breve, se non altro per questioni tecniche. Mario Draghi, governatore della Bce, darà l'addio alla poltrona ad ottobre del 2019 e considerando la necessità di adottare un approccio lieve sull'exit strategy per non apportare forti scosse al mercato, si prevedono tempi lunghi.

Una necessità che diventa ancora più forte in vista del suo successore che, salvo sorprese, dovrebbe essere Jein Weidmann, numero uno della Bundesbank e acerrimo nemico del QE. Sullo sfondo resta aperta la questione italiana: finora le misure di stimolo sono state un aiuto non indifferente per la nazione con il secondo debito pubblico del Vecchio Continente (dopo la Grecia) e per di più con una produttività ed una competitività spesso anemiche.
Anche questo, quindi, potrebbe aiutare a spiegare il passivo di Piazza Affari che ad un quarto d'ora dalle 12 registrava un saldo parziale di -0,55%.
Fonte: News Trend Online

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