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martedì 22 maggio 2018

Un nodoso bastone attende il Conte


Spesso non è semplice capire quel che succede in Borsa. Ieri è stato uno di quei giorni in cui la difficoltà era doppia. Accanto alle incertezze legate al giudizio dei mercati sul futuro governo, che Mattarella, col suo solito passo lento, dovrebbe varare in questa settimana, ieri abbiamo avuto in Italia anche la più grande concentrazione di stacchi dividendo dell’anno.
Ben 19 delle 40 società del Ftse-Mib hanno distribuito il dividendo relativo ai risultati del 2017. Per il particolare meccanismo di quotazione dei titoli, il prezzo di borsa delle azioni interessate in teoria il giorno dello stacco cedola si deve ridurre dell’importo corrispondente, dato che il dividendo è stato materialmente staccato dal valore del titolo interessato e finito sul conto del possessore un attimo prima dell’apertura del mercato.

Chi ha comprato il titolo ieri, lo ha avuto senza dividendo e pertanto avrebbe dovuto offrire un prezzo privo dell’importo del dividendo.
Gli esperti hanno calcolato che il peso di questo maxi stacco dividendi sul Ftse-Mib è stato di circa 400 punti, ovvero l’1,7%.
Pertanto ieri la perdita di valore dell’indice a fine seduta (-1,52%) per una volta non ha significato ribasso, ma un lieve rialzo di circa +0,18% reale.
E’ stato comunque una magra consolazione, poiché le altre borse occidentali aperte (non quella tedesca, che ha fatto festa) sono in genere salite di più.

L’azionario francese, inglese ed anche quello USA hanno festeggiato, seppure senza esagerare, la novità della rappacificazione commerciale momentanea tra Cina e USA, grazie alla promessa di Pechino di aumentare in modo considerevole le importazioni dagli USA, che ha convinto Trump a sospendere i dazi che avrebbero dovuto entrare in vigore a breve.
La furia USA distoglie la sua attenzione dalla Cina per rivolgerla contro l’Iran, che ieri è stato minacciato dal nuovo Segretario di Stato Mike Pompeo di sanzioni durissime se non tornerà indietro dalla intenzione di arricchire l’uranio. Sanzioni che colpiranno indirettamente anche gli alleati europei che vorranno continuare a mantenere in piedi l’accordo di 3 anni fa.
A fare la parte del leone ieri è stato il Dow Jones (+1,21%), seguito dall’inglese Ftse100 (+1,03%). 
SP500, Nasdaq100 e Russell2000 sono saliti poco più di mezzo punto.
Il nostro FIB, che in questo periodo dell’anno è da preferire all’indice Ftse-Mib per analizzare l’andamento del nostro mercato azionario, proprio perché è depurato dello stacco dividendi, ha avuto una mattinata brillante, che gli ha consentito di mostrare intorno alle ore 12 un momentaneo +1,7%, che coincideva con il pieno recupero dei dividendi staccati da parte dell’indice.

Ma nel pomeriggio, con l’avvicinarsi dell’apertura americana e della consultazione tra i nuovi padroni del Parlamento e Mattarella per varare il Governo Conte-Salvini-Di Maio, sono tornati i venditori, che hanno poi calcato la mano quando, poco dopo le 15, è piombato sui monitor l’intervento dell’agenzia di rating Fitch, che, in una nota dedicata al nostro paese, ha sottolineato senza troppi giri di parole che il nuovo governo dovrebbe intensificare il rischio-Italia, a causa di un programma che aumenterà il debito pubblico ed un atteggiamento ostile alle regole europee.
La reazione dei nostri due condottieri politici è stata un’alzata di spalle, ma non altrettanto hanno fatto gli investitori, che hanno dato una nuova sferzata allo spread, già salito molto nei giorni precedenti.

In chiusura di seduta la quotazione riportava 186 punti base, contro i 164 della chiusura di venerdì scorso. Sono altri 22 punti di rialzo, che portano a 56 i punti fatti al rialzo dallo spread nelle ultime 4 sedute. Il rendimento del nostro decennale è arrivato al 2,41%, a pochi punti dal massimo del 20 marzo 2017 (2,57%), che rappresenta l’ultimo ostacolo da superare per decretare l’inversione rialzista di lungo periodo dei nostri rendimenti.
Al ritmo degli ultimo giorni, lo sfondamento del 2,57% potrebbe avvenire proprio in concomitanza con l’attribuzione ufficiale dell’incarico di formare il Governo all’illustre sconosciuto Giuseppe Conte, prestanome di alto profilo del gatto Salvini e della volpe Di Maio.
Il FIB ha così preso anch’esso la via della discesa e si è rimangiato tutto il rimbalzo mattutino.
A soffrire continuano ad essere soprattutto i bancari, che vedono ridimensionarsi in modo drastico il valore di mercato dei titoli di stato di cui hanno la pancia piena.
La situazione per il nostro mercato, sia obbligazionario che azionario, resta molto brutta e potrebbe peggiorare se la nostra presunta  inaffidabilità cominciasse a trascinare nel vortice dei ribassi un po’ tutta l’Eurozona.
Se pensiamo ai danni all’Europa che è riuscita a fare qualche anno fa la crisi della piccola Grecia, viene la pelle d’oca a immaginare i guasti che potrebbe causare l’avvitamento di un colosso del debito come l’Italia.
Cinicamente molti pensano che l’Italia non possa fallire perché manderebbe nel baratro anche i suoi molti creditori.

Ma proprio per questo è immaginabile che i creditori cercheranno di usare con Salvini e Di Maio lo stesso nodoso bastone che usarono con il greco Tsipras, e che allora funzionò. I lettori sicuramente ricorderanno il populista di sinistra che prese il potere in Grecia, pronunciando frasi simili a quelle che abbiamo sentito da Di Maio, ma soprattutto da Salvini.
Fece il referendum per ribellarsi ai sacrifici imposti dai creditori, anche a costo di uscire dall’euro. Alla fine ci rimase, con la coda tra le gambe, sopportando tutti i diktat della Troika.
Sarebbe molto triste se anche noi venissimo “addomesticati” con questa umiliazione.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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