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lunedì 7 maggio 2018

Più che precario il lavoro è stagionale

Potrebbero essere le caratteristiche stesse del mercato del lavoro italiano a generare un numero così elevato di contratti a termine. Ma allora non serve modificare il Jobs act o il decreto Poletti: la priorità è investire in politiche attive del lavoro.

Lavoro atipico in crescita

Il dibattito attuale sul mercato del lavoro italiano si muove attorno a due fatti ormai consolidati: è presente un incremento occupazionale, ma è in prevalenza atipico.
La convinzione deriva soprattutto dalla lettura delle Comunicazioni obbligatorie. Tuttavia è forse opportuno studiare in dettaglio le professioni e i settori dove si registra un maggior incremento occupazionale, perché l’atipicità prodotta potrebbe spiegarsi non tanto con un comportamento “opportunistico” del datore del lavoro, ma piuttosto con le peculiarità dei settori coinvolti e anche perché, come sostiene ad esempio Bruno Anastasia, i lavori proposti sono intrinsecamente temporanei.
Oltre al concetto di stagionalità legato a caratteristiche particolari di specifici territori (ad esempio, a vocazione turistica), può essere interessante iniziare a comprendere se esistano temporaneità dovute ai processi di lavoro e, quindi, in parte legate alle specificità dei settori e delle professioni.
Per farlo occorre innanzitutto non fermarsi al concetto di “assunzione”, ma considerare i “singoli lavoratori” (definiti per comodità avviati al lavoro) e stimare l’effettivo rapporto di lavoro indipendentemente dal numero di ripetizioni avvenute tra datore e dipendente durante il periodo di analisi.

Un esempio tipico sono i rapporti di lavoro realizzati in un albergo, dove si potrebbe contare 200 “assunzioni” nel corso dell’anno, ma in realtà i “lavoratori” coinvolti potrebbero essere addirittura la metà.
L’Osservatorio del mercato del lavoro della Regione Friuli Venezia Giulia ha sviluppato, ormai da un paio di anni, un’analisi geo-referenziata dei soggetti “avviati al lavoro”, che permette di studiare in dettaglio alcune caratteristiche della domanda di lavoro.
Figura 1 – Distribuzione territoriale degli avviati al lavoro in Regione Friuli Venezia Giulia
Fonte: nostre elaborazioni su dati Ergonet (anno 2016)
L’analisi della “durata media” dei rapporti di lavoro instaurati dagli avviati al lavoro corrisponde approssimativamente a un valore attorno ai sei mesi (172 giorni).

Tuttavia, è presente un elevato livello di varianza intorno alla media: 8.113 di questi rapporti di lavoro nel 2016 sono durati meno di 10 giorni; d’altra parte, ben 18.195 contratti hanno una durata pari all’intero anno. A ciò si aggiunge che tantissimi contratti erano ancora in corso nel 2017 quando è stata effettuata l’analisi e di questi oltre 5 mila sono a tempo determinato.

Settori a tempo determinato

Oltre alla durata, è possibile conoscere il numero di contratti di lavoro realizzati con la stessa azienda per ogni avviato al lavoro: il valore si attesta a 1,4 con una scala che va da 1 a 152.

In questo caso, però, la varianza è molto ridotta: oltre 98 mila presentano valori compresi tra 1 o 2 contratti. In sintesi, gli avviati al lavoro del Friuli Venezia Giulia sono stati assunti in prevalenza con un contratto a tempo determinato, per un periodo di quasi sei mesi e con lo stesso datore di lavoro hanno stipulato al massimo due contratti di lavoro.
Se consideriamo il dato per settore economico (secondo la classificazione Ateco definita dall’Istat), quelli più rappresentativi sono: il manifatturiero, l’attività di alloggio e ristorazione, l’agricoltura e il commercio.
A eccezione del manifatturiero, che infatti risulta uno dei settori dove il rapporto di lavoro dura di più e dove la quota di contratti a tempo indeterminato è più alta della media, gli altri rapporti di lavoro appaiono vincolati alla stagionalità legata alle attività di agricoltura oppure ai picchi produttivi del turismo nei periodi estivi; e le assunzioni tipiche riguardano in prevalenza occupazioni a bassa qualifica.

Insomma, moltissimi rapporti a tempo determinato, almeno nella Regione Friuli Venezia Giulia, sono vincolati alle specificità dello sviluppo locale territoriale ed è possibile che in altre regioni italiane si ritrovi una situazione analoga.
È lecito chiedersi, pertanto, se non siano la peculiarità del mercato del lavoro italiano a generare un numero così elevato di contratti a termine più che l’opportunismo delle imprese (e in che termini): se così fosse, emergerebbe la necessità non tanto di modificare il Jobs act o il decreto Poletti (anche se di quest’ultimo non condividiamo l’impianto normativo), ininfluenti rispetto a queste dinamiche, quanto di investire in politiche attive del lavoro (mobilità occupazionale e formazione continua volta all’occupabilità dei destinatari), ovvero strumenti che possano permettere ai lavoratori coinvolti in settori vincolati da “cicli di temporaneità” una rapida ricollocazione in altri ambiti.
Di Carlos Corvino, Francesco Giubileo e Francesca Pedron
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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