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giovedì 24 maggio 2018

Petrolio, la strada verso l’equilibrio è ancora lunga.


La decisione degli Stati Uniti di recedere dall’accordo sul nucleare con l’Iran e di imporre nuovamente sanzioni al Paese ha creato un’ulteriore pressione al rialzo sul prezzo del petrolio. Questa decisione è stata presa in un contesto in cui i prezzi del greggio sono aumentati del 20% da inizio anno e in cui la produzione dell’OPEC è già al di sotto del target a causa dei problemi in Venezuela.
 
Il ripristino dell’equilibrio all’interno del mercato del petrolio richiederà più tempo. I Paesi dell’OPEC sono riusciti, in coordinamento con la Russia, a ridurre le scorte di greggio a livelli più “normali” grazie all’accordo sul taglio alla produzione, esteso – lo scorso novembre – fino alla fine del 2018. In Venezuela dal quarto trimestre del 2017 la produzione, a causa di una grave crisi politica ed economica, ha subito un netto calo (-0,5 milioni di barili al giorno da inizio anno ad oggi). Tale crollo, non controbilanciato da parte degli altri Paesi membri dell’Organizzazione, ha determinato un aumento del deficit nell’offerta per l’anno in corso. A ciò si aggiunge ora la minaccia di nuove sanzioni nei confronti dell’Iran e ciò potrebbe comportare un calo maggiore di 0,5 mln b/g, nei prossimi mesi. Questo ha già portato all’aumento dell’80% dei prezzi del Brent, che sono passati dai 45 dollari di giugno scorso ai quasi 80 dollari di oggi.
 
In questa fase, i livelli produttivi della Russia e dell’Arabia Saudita saranno cruciali per l’evoluzione dei prezzi del greggio. La produzione statunitense di shale oil ha un ciclo più breve ed è più reattiva agli incrementi dei prezzi del petrolio. Lo shale Incentivato da prezzi più elevati, è già aumentato a partire dalla seconda metà del 2017. Tuttavia, il numero di impianti attivi di trivellazione aggiuntivi non sarà sufficiente a compensare il calo della produzione registrato in Venezuela e in Iran. Tutta l’attenzione sarà ora focalizzata sulla prossima riunione OPEC prevista per il 22 giugno, in cui i tagli all’output saranno rivalutati in coordinamento con i Paesi non OPEC, come la Russia. L’Arabia Saudita potrebbe essere contenta di prezzi del petrolio al di sopra degli 80 dollari (in virtù della questione legata alla quotazione di Saudi Aramco e dei vincoli di bilancio) e non essere quindi disposta ad aumentare in modo significativo la propria produzione. Questo, invece, potrebbe non essere il caso della Russia, maggiore produttore di petrolio a livello mondiale, che potrebbe tenere conto dell’impatto negativo sulla domanda derivante da prezzi del petrolio più elevati e di un conseguente rafforzamento della produzione statunitense. Prezzi eccessivamente elevati vanificherebbero gli sforzi compiuti negli ultimi anni per riequilibrare il mercato.
 
Nel complesso, non escludiamo un overshooting dei prezzi del petrolio nelle prossime settimane, ma ci sono dei rischi al ribasso di breve e medio termine rispetto a questo scenario. Nel breve termine, una minore cooperazione tra l’OPEC e la Russia potrebbe sfociare in un aumento della produzione mondiale. Lo sviluppo della produzione iraniana dipenderà anche dalle sanzioni statunitensi. Nel medio termine, anche un calo della domanda e un incremento della produzione statunitense potrebbero esercitare una certa pressione al ribasso sui prezzi del petrolio.



Articolo a cura di  Nadège Dufossé, CFA, Head of Asset Allocation di Candriam Investors Group
Fonte: www.finanzaoperativa.com

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