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lunedì 14 maggio 2018

Il segreto della rinascita portoghese


Adesso il Portogallo va molto bene, con crescita del 2,6 per cento, calo del debito, deficit all’1,7 per cento e disoccupazione all’8,5. Eppure fino e ieri era uno dei grandi malati d’Europa. Una cura da cavallo, assecondata nella seconda fase da un governo di sinistra dura, ha centrato l’obiettivo.
Il 2017 sarà ricordato come l’anno della formidabile ripresa portoghese.
È cominciato con l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo decisa dalla Commissione europea. È proseguito con l’aumento significativo del rating sul debito sovrano deciso da S&P e con il conseguente ristabilirsi di condizioni più favorevoli sui mercati finanziari.

Ed è terminato con una crescita del 2,6 per cento, calo del debito pubblico, deficit dell’1,7 per cento e disoccupazione all’8,5 per cento.
Ma c’è di più: questa performance economica è arrivata sotto un governo di coalizione del partito di sinistra con quello di estrema sinistra, eletta in base a un programma di critica ai diktat di Bruxelles in materia di politiche di austerità e di riforme strutturali di deregolamentazione.
Gli alleati di Antònio Costa (segretario generale del Partito socialista e primo ministro, ndt) non chiedevano nientemeno che il ripudio del debito pubblico, l’uscita dall’euro e dalla Nato, e la rinazionalizzazione di interi settori dell’economia portoghese.
Se cerchiamo un simbolo di questa bizzarra combinazione di radicalismo politico e di performance economica, è certamente Mario Centeno, il ministro delle Finanze che, almeno a parole, ha elaborato il piano per rompere con la logica dell’austerità imposta da Bruxelles ed è stato appena eletto presidente dell’Eurogruppo!
Questi straordinari risultati economici sono stati accolti favorevolmente in Germania dai difensori dell’ortodossia fiscale e dei piani di aggiustamento strutturale.

E paradossalmente è stato apprezzato anche dai critici delle politiche di austerità e dai difensori delle politiche di crescita.
Quindi, cosa è successo tra il 2011, quando il Portogallo voleva inizialmente affrontare la crisi smarcandosi da Grecia e Irlanda prima di negoziare un piano di salvataggio da 78 miliardi di euro, e oggi?

1995-2008: crescita e debito

Per rispondere dobbiamo adottare sia un approccio di breve periodo, cioè quello della crescita europea avvenuta nel biennio 2016-17, sia uno di lungo periodo, cioè quello che va dal 1995 fino ai giorni nostri.
È in quell’anno, segnato dall’annuncio dell’ingresso del Portogallo nell’euro, che inizia un ciclo che ha visto alternarsi una fase di boom tra il 1995 e il 2001, la caduta tra il 2002 e il 2007 (per esaurimento del ciclo degli investimenti e del consumo), le due crisi del 2008 e del 2013, che hanno dimostrato l’insostenibilità della spesa pubblica finanziata dalla crescita del debito, e infine la timida ripresa del 2014- 2021, che segue le profonde riforme e la fase di svalutazione interna.
L’annuncio dell’entrata del Portogallo nell’euro ha letteralmente fatto crollare i tassi d’interesse nominali e reali pagati dai portoghesi.

L’aspettativa comune era che questi flussi di capitali che scorrevano dal Nord al Sud (dell’Europa, ndt) avrebbero dovuto accelerare il recupero economico del Portogallo, migliorare la produttività, aumentare le esportazioni e portare il Portogallo su un percorso di convergenza con i paesi europei più avanzati.
Questo però non è stato lo scenario che si è poi manifestato: è il consumo che è salito alle stelle, portando di conseguenza a un aumento delle importazioni. Non è migliorata la produttività, anche se i salari sono molto cresciuti, e la competitività economica del paese si è quindi indebolita.

Di conseguenza, il disavanzo delle partite correnti è aumentato dal -0,2 per cento nel 1995 al -10,4 nel 2001 e il debito delle famiglie è salito dal 52 al 118 per cento del reddito disponibile.
L’inversione di tendenza avvenuta nel 2002 segna la fine del recupero del consumo di beni durevoli finanziati a debito, che, grazie all’entrata nell’euro, era caratterizzato da costi più bassi.
Il governo prende in mano la spesa pubblica lasciando crescere il deficit e il debito pubblico. In questa scia, il debito privato continua a salire sia per le famiglie sia per le imprese: un Pil in calo e un debito che continua a crescere fanno salire il rapporto debito/Pil.

2008-2018: crisi e ripresa

Le crisi del 2008 e del 2010 colpiscono gravemente l’economia del Portogallo, che già si caratterizzava per diversi squilibri.

Il continuo aumento del deficit, la crescita del debito, sia pubblico sia privato, l’aumento del disavanzo delle partite correnti, l’improvvisa cessazione dei flussi di capitali dal Nord al Sud, la crisi del credito, chiudono bruscamente al Portogallo le porte di accesso ai mercati finanziari.
Il Portogallo cerca quindi l’ aiuto dell’Ue e del Fondo monetario internazionale per poi accettare un drastico piano di riforme strutturali elaborato dalla Troika. Contrazione violenta della domanda pubblica, calo delle pensioni e dei salari, riforme del mercato dei beni, del mercato del lavoro, riforma fiscale, riforma delle imprese pubbliche.

Il deficit passerà dal 9,8 per cento del Pil al 2,3 per cento nel 2013 mentre il debito pubblico si attesterà al 129 per cento del Pil (i 2/3 dello sforzo si esplicherà in tagli alla spesa e 1/3 in aumenti di tasse). Il crollo della domanda interna e il miglioramento della competitività dei costi libererà il potenziale delle esportazioni.
A partire dal 2014, la crescita riparte, la disoccupazione vive una fase di calo e la bilancia dei pagamenti lentamente si stabilizza.

In questo contesto, l’arrivo al potere di un governo di sinistra-estrema sinistra non si tradurrà in un rifiuto delle politiche di austerità iniziate nel 2011 ma in un moderato alleggerimento dei vincoli alla domanda interna. Di fatto, il governo si accontenterà di aumentare il salario minimo e le pensioni più basse, senza indietreggiare sui tagli alla spesa e sulle riforme approvate.
La ripresa della crescita nell’area euro contribuisce poi alla ripresa del Portogallo.

Lezioni portoghesi

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla ripresa dell’economia avvenuta dopo il drastico aggiustamento dei conti pubblici richiesto dalla Troika? Innanzitutto, in un’unione monetaria, quando non è possibile avviare un percorso di aggiustamento attraverso la svalutazione della moneta, e l’ipotesi di una ristrutturazione del debito viene esclusa, la svalutazione interna diventa necessaria e brutale.

Richiede un ciclo di contrazione della crescita, della domanda interna e un aumento della disoccupazione. Da questo punto di vista, l’alleanza di sinistra ed estrema sinistra ha beneficiato del lavoro compiuto dal precedente governo, che aveva gestito e portato avanti nel paese una “terapia d’urto”.
La combinazione di una competitività che ha ricominciato a crescere, di un leggero stimolo alla domanda e della difesa del rigore di bilancio, in un contesto di ripresa europea e globale, ha reso possibile il miglioramento del Portogallo nel 2017.
Il successo della svalutazione interna ha consentito il rilancio delle esportazioni, il controllo della bilancia commerciale, e quindi una minore necessità di finanziamenti esteri.

Soprattutto perché un’eccellente stagione turistica ha facilitato il miglioramento del saldo corrente.
Complessivamente, la contrazione della spesa pubblica e le riforme strutturali hanno avuto la triplice virtù di migliorare la solvibilità del paese, ripristinare l’equilibrio commerciale con l’estero ed eliminare diversi ostacoli alla crescita.
È così che la performance portoghese può essere accolta con favore sia dai rigoristi che dai critici delle politiche di austerità.
L’ancoraggio europeo del Portogallo è stato virtuoso. L’attuale ripresa è trainata dalle esportazioni verso l’Ue, l’azione della Bce, la virtù ritrovata nella gestione del debito e la qualità del governo.

Tutto contribuisce a una ripresa sostenibile e a una graduale trasformazione dell’economia portoghese.
Di Elie Cohen
Traduzione dal francese di Gabriele Guzzi
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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