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giovedì 3 maggio 2018

Gibson dichiara bancarotta

[Una serie di Gibson Les Paul]
Icone. Lo sono la Les Paul di Jimmy Page o quella che Eric Clapton ha suonato con i Blues Breakers di John Mayall nel disco conosciuto come Beano. Lo sono la L5 di Franco Cerri (leggenda italiana del jazz mondiale) e la «Lucille» del gigante del blues, B.B. King. Lo sono la SG «Diavoletto» di Angus Young (Ac/Dc) o la Les Paul di Slash (Guns’n’Roses). E lo è quella con la quale Chuck Berry incise uno dei riff più noti (il più noto?) del rock’n’roll: l’attacco di Johnny B. Goode, eseguito su una ES-350T che, coerentemente con le parole del brano, suonava «just like a ringin’ bell».
Icone, dunque; non solo chitarre elettriche. Simboli di una rivoluzione musicale e sociale trasformatasi in modo imprevedibile, al punto da mettere nell’angolo quello stesso simbolo e condannare chi li ha prodotti (e ancora li produce) alla bancarotta. Gibson – l’azienda di cui parliamo, che con Fender è la più nota al mondo per le chitarre elettriche – ha fatto ricorso al capitolo 11 del Codice della Bancarotta degli Stati Uniti, la norma che permette ai debitori di ottenere agevolazioni per soddisfare i creditori.
La notizia di una possibile bancarotta di Gibson era nell’aria da mesi,durante i quali la situazione non è migliorata. Questo, tuttavia, non significa la scomparsa di un simbolo culturale tanto prezioso: la società ha infatti annunciato la riorganizzazione del business e il passaggio del controllo ai debitori, i quali rileveranno anche il 39 per cento delle quote detenute da Henry Juszkiewicz, l’attuale CEO, che comprò l’azienda nel 1986. Con questo nuovo assetto, come anticipato, il business sarà organizzato diversamente e tornerà a concentrarsi sull’attività originale: la produzione di chitarre elettriche e di componenti audio di livello professionale. Ciò che Gibson non farà più saranno le cuffie, le casse e accessori elettronici di altro tipo, elementi su cui si era concentrata dal 2014 acquisendo la divisione audio di Philips per 135 milioni di dollari. L’investimento non ha reso come sperato, e ora la società si ritrova con 150 milioni di dollari di debiti accertati, ma che secondo le analisi di CNN e di Bloomberg potrebbero salire a 500 milioni.
La bancarotta di Gibson – fondata nel 1902 a Kalamazoo (Michigan) e oggi situata a Nashville (Tennessee) – non è imputabile solo a un investimento andato male. La società – come altri importanti produttori, primo tra tutti Fender – subisce le conseguenze di un fenomeno sociale in atto da anni: il calo di gradimento della musica rock. Quella che un tempo era la musica dei giovani per antonomasia è ora di fatto un genere classico, amatissimo soprattutto da chi ha più di quarant’anni. Chi ha meno primavere predilige altri generi: hip hop, elettronica, indie. Nei primi due, la chitarra elettrica quasi non esiste; nel terzo è uno strumento essenziale ma suonato senza dare rilevanza alla tecnica che fece grandi i nomi citati. Lo stile e il suono di ognuno di loro non poteva prescindere dalla chitarra su cui nascevano: Jimi Hendrix, Eric Clapton, Stevie Ray Vaughan, Yngwie Malmsteen «erano» la Fender Stratocaster; Keith Richards e Bruce Springsteen la Fender Telecaster; Jimmy Page e i già citati Angus Young, Slash, B.B. King e Chuck Berry le loro Gibson. E anche quando l’artista non amava la «monogamia», amando suonare vari tipi di chitarra – tre nomi per tutti: Mark Knopfler, Prince, The Edge – l’impronta personale che li portava ad avere una propria «voce strumentale» (e quindi a essere veri titani) era ascoltata, ammirata e sviscerata da milioni di ragazzi chini sulle sei corde per studiarne i passaggi e provare a essere come loro.
Si copiavano in grandi, insomma, come sempre si è fatto per aprirsi una strada nelle arti. E come si continua a fare, ma senza più spaccarsi i polpastrelli su una tastiera in acero o in palissandro.
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