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venerdì 25 maggio 2018

Gender gap anche tra lesbiche e gay

Nel 2016, quando è stata introdotta le legge, due terzi delle unioni civili registrate in Italia sono state fra uomini. È un fenomeno che riguarda tutti i paesi che hanno norme simili. Le disparità si attenuano quando aumentano i diritti garantiti.

Chi sceglie l’unione civile

Vi è un divario di genere anche fra le coppie omosessuali.
Non al loro interno, naturalmente, visto che sono formate da persone dello stesso sesso. Ma fra di loro, nel senso che gay e lesbiche non si valgono nella stessa misura dei diritti che le nuove leggi riconoscono. Ben due terzi delle unioni civili registrate in Italia nel 2016 sono state fra uomini, ha dichiarato recentemente il presidente dell’Istat.

A Bologna, uno dei comuni in cui tali unioni sono state più numerose, quelle fra due donne non hanno raggiunto, negli ultimi due anni, il 30 per cento. Come spiegare il divario? Esso dipende probabilmente da molti fattori, ma mi concentrerò su due, che mi sembrano più chiari.

Differenze di identità

Il primo è il diverso peso numerico che gay e lesbiche hanno nella popolazione italiana e in quella di molti paesi occidentali.
Le ricerche finora condotte in Europa, negli Stati Uniti e in Australia (qui e qui) distinguono tre dimensioni della sessualità: i sentimenti (l’attrazione erotica che si ha verso una persona e l’amore che si sente nei suoi confronti), i comportamenti (quello che si fa con tale persona) e l’identità (l’insieme dei significati che attribuiamo a sentimenti e comportamenti e che definisce l’orientamento sessuale, eterosessuale, bisessuale, omosessuale).

Fra le tre dimensioni non vi è piena corrispondenza e in genere è più facile avere desideri e attività omoerotiche che definirsi omo o bisessuali. Così, ad esempio, in Italia, su cento persone che, nel corso della loro vita, hanno provato attrazione per una persona dello stesso sesso, solo 31 raggiungono una identità non eterosessuale, cioè arrivano a considerarsi gay, lesbiche o bisessuali.
Ma finora, nel nostro paese, il passaggio è stato più difficile per le donne che per gli uomini. Così, mentre la quota di chi ha provato sentimenti omoerotici nel corso della propria vita è maggiore nella popolazione femminile che in quella maschile, per la percentuale di chi non si definisce eterosessuale vale l’opposto.

In altri termini, sono più di frequente gli uomini delle donne a dichiararsi non eterosessuali. Inoltre, i primi sono più spesso omosessuali, le seconde bisessuali. Questo non vale solo per l’Italia, ma per tutti i paesi per i quali abbiamo dati (tabella 1), anche se la distanza fra gli uni e le altre sta diminuendo.
Tabella 1 – Percentuali di persone che si definiscono omosessuali o bisessuali, per genere, in alcuni paesi (1992-2016)
Fonte: elaborazioni su dati ripresi da M.Barbagli, G.Dalla Zuanna, F.Garelli [2010], Gallup [2017], Geary et al.

[2017], Richters et al. [2014]
Dunque, il gender gap nelle unioni civili italiane è dovuto semplicemente al fatto che si dichiarano omosessuali più gli uomini delle donne. Ma è probabile che l’importanza di questo fattore si stia riducendo.

Le norme sulle unioni e il matrimonio

Il secondo fattore del gender gap è costituito dal contenuto specifico delle leggi che in Italia e negli altri paesi regolano la formazione di unioni fra persone dello stesso sesso, dai vantaggi legali che offrono rispetto alla mera convivenza delle famiglie di fatto e della differenza fra tali vantaggi e quelli del matrimonio tradizionale.
Numerosi sono i paesi che ci hanno preceduto nell’istituzione di unioni civili con leggi che riconoscevano alle coppie omosessuali una parte dei diritti e degli obblighi del matrimonio.

Ha iniziato la Danimarca, nel 1989, seguita quattro anni dopo dalla Norvegia e poi dalla Svezia, l’Olanda, il Belgio, la Francia e da molti altri. Quando questo grande cambiamento si è avviato, la quota di unioni civili costituite da donne è stata ancora più bassa di quella che si è avuta in Italia.
Non ha superato il 19 per cento in Danimarca nel 1989, ha raggiunto solo il 26 per cento quattro anni dopo in Norvegia, e un livello simile in Svezia, nel 1995. Anche nei paesi nei quali la legge sulle unioni civili è stata approvata alcuni anni dopo, il divario di genere è stato all’inizio molto forte.

In Francia, nel 1999, la quota delle coppie di lesbiche è stata il 34 per cento delle unioni, nel Regno Unito, nel 2005, si è fermata su questo valore, in Svizzera, nel 2007, è stata ancora più bassa (29 per cento).
Nel frattempo, però, nei paesi nei quali le unioni civili erano state introdotte prima, il gender gap è diminuito fino a scomparire del tutto.
In Danimarca e in Svezia il numero di unioni fra lesbiche ha raggiunto quello fra gay nel 2007, in Finlandia nel 2004, in Norvegia nel 2006 (tabella 2).
Tabella 2 – Percentuale di coppie femminili sulle unioni civili registate in alcuni paesi (1989-2018)
Fonti: elaborazioni su dati Ined e Insee
Il motivo principale del superamento del divario di genere è che i parlamenti di questi paesi sono di nuovo intervenuti, prevedendo un diritto al quale le lesbiche tenevano più dei gay: l’adozione di un figlio.

In Danimarca è avvenuto nel 1999, in Norvegia nel 2002, in Svezia nel 2003. In questi paesi, negli ultimi anni, il gender gap si è addirittura rovesciato, probabilmente perché vi era un certo numero di coppie femminili in attesa della revisione legislativa. Molti di questi paesi dalle unioni civili sono passati al matrimonio per persone dello stesso sesso e questo ha favorito il superamento del gender gap (tabella 3).
Tabella 3 – Percentuali di coppie femminili sui matrimoni fra persone dello stesso sesso celebrati in alcuni paesi (2001-2017)
Fonte: elaborazioni su dati Ined, Insee e Chemie e Mirkin [2011]
Di Marzio Barbagli
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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