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giovedì 12 aprile 2018

Wall Street, quando si perdono miliardi per colpa del dito grasso

In inglese si chiama “fat-finger error”, cioè l’errore del dito grasso. Un errore che diventa pericoloso se si parla di Borsa e di operazioni azionarie o finanziarie. (Credits – Getty Images)
Cosa succede se si digita troppo velocemente sul proprio computer e, magari, si ha le dita un po’ grosse? Semplice, si schiaccia il tasto sbagliato. Nulla di grave, spesso, quando basta cancellare e riscrivere quello che si voleva dire. Gravissimo se in ballo ci sono milioni di dollari o euro.
In inglese si chiama “fat-finger error”, cioè l’errore del dito grasso. Un errore che diventa pericoloso se si parla di Borsa e di operazioni azionarie o finanziarie. L’ultimo caso è avvenuto pochi giorni fa a Seul, quando un impiegato della Samsung Securities ha schiacciato il tasto sbagliato. L’azienda aveva deciso di premiare i suoi dipendenti e aveva optato per dare a ognuno di loro un dividendo in azioni per un valore complessivo di 2,8 milioni di won(circa 1.300 dollari a testa). A occuparsene, appunto, uno dei dipendenti, un trader fidato.
Ma il trader ha schiacciato i tasti male e, così, invece di prelevare azioni per 2,8 milioni di won, ha distribuito 2,8 milioni di azioni, le quali hanno un valore totale 105 miliardi di dollari. Che, diviso per i dipendenti della Samsung Securities, significa che ogni dipendente si è trovato di colpo sul conto corrente la bellezza di 57 milioni di dollari. Una cosa da mollare tutto e godersi la ricca pensione anticipata in quale paradiso tropicale.
Per fortuna della Samsung Securities gli ispettori si sono accorti in fretta dell’errore e sono riusciti a bloccare le transazioni di quei dipendenti più veloci (e furbi) che già cercavano di rivendere le azioni. Non ci fossero riusciti il danno economico sarebbe stato tragico per l’azienda. Ma quella del trader coreano non è il primo caso, come detto, di “fat-finger error” e in passato ci sono stati casi anche più gravi.
Un broker giapponese nel 2005 doveva vendere una azione della agenzia interinale J-Com per 610mila yen (la sua quotazione in quel momento a Tokyo) e invece ha venduto 610mila azioni a 1 yen. Una piccola distrazione costata alla banca perdite per 350 milioni. Ma i casi sono tanti e se a volte sono stati corretti in extremis, in altri casi hanno portato al crollo – seppur temporaneo – di Borse e quotazioni. Sarà per questo che, quando si parla di Borsa, si parla di “indice”?

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