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sabato 14 aprile 2018

Sulla produttività pesa la dimensione di impresa

In Italia le imprese medio-grandi e grandi sono produttive e competitive. Il problema è che sono poche rispetto agli altri paesi. E quelle più produttive impiegano in media circa un terzo degli addetti occupati nelle corrispondenti aziende europee.

La situazione italiana

In un recente articolo del Financial Times la bassa produttività italiana è annoverata come “la” sfida per il prossimo governo.
Nonostante la situazione economica sia migliorata dalle elezioni nel 2013, la crescita rimane ancora tra le più lente d’Europa e l’Italia continua ad avere la produttività meno dinamica tra i paesi G7.
A cosa è dovuto? I “soliti sospetti” sono rappresentati da un modello di specializzazione incentrato su settori a bassa produttività e, in misura ancora maggiore, dall’estrema frammentazione dimensionale del nostro sistema produttivo, che rende le imprese italiane decisamente sottodimensionate rispetto a quelle europee.

Ma quanto conta la dimensione aziendale nello spiegare il ritardo italiano? In un recente contributo al volume Salari, produttività e disuguaglianze (“Il buono, il brutto, il cattivo: la divergenza nella produttività tra settori e imprese italiane”) analizziamo il legame tra crescita economica e produttività in Italia, evidenziando in particolare il ruolo della dimensione d’impresa anche a parità di settore.
I dati che utilizziamo provengono dal progetto Ocse MultiProd.

L’obiettivo del progetto è studiare le cause delle differenze di produttività tra paesi partendo da microdati d’impresa, con una metodologia che restituisce dati armonizzati micro-aggregati a livello dimensionale e settoriale.
L’approccio permette di cogliere l’elevata eterogeneità del sistema produttivo italiano.
In particolare, il divario di produttività che penalizza il nostro paese nei confronti internazionali non è rappresentativo dell’intero sistema economico: nel settore manifatturiero, ad esempio, le imprese medio-grandi e grandi sono competitive e mostrano addirittura una produttività del lavoro più alta della media di dieci altri paesi europei (figura 1).

Un risultato analogo si ritrova per le grandi imprese di servizi. Sono invece le imprese con meno di 50 addetti, e con meno di 10 in particolare, a risultare molto meno produttive che negli altri paesi europei. Le micro aziende costituiscono però l’82 per cento di tutte quelle del manifatturiero (contro il 67 per cento negli altri paesi europei) e ben il 97 per cento dei servizi di mercato (contro l’85 per cento negli altri paesi europei).
Nel manifatturiero, tra le imprese meno produttive e quelle più produttive il numero medio di addetti passa da circa 4 a 28, mentre va da 15 a 84 nel caso degli altri paesi europei (figura 2).

La dimensione media di ogni impresa italiana è molto inferiore alla media dei paesi europei presenti nel campione, a tutti i livelli di produttività. Tra le imprese manifatturiere più produttive, le italiane impiegano solo un terzo degli addetti di quelle degli altri paesi europei.
Nei servizi di mercato il quadro è parzialmente diverso: il gap dimensionale delle imprese italiane è più ampio nella fascia più bassa di produttività e si assottiglia in corrispondenza delle unità più produttive.

Il buono e il cattivo del nostro settore produttivo

Nel sistema produttivo italiano è dunque ancora viva una “questione dimensionale”, che ha nei risultati delle imprese più piccole uno dei nodi cruciali per lo studio della produttività.
Uno sguardo aggregato alla realtà italiana potrebbe però non cogliere l’esistenza di un “buono” nel settore produttivo italiano, ovvero le (poche) imprese medio-grandi e grandi, che sono produttive e competitive.

Proprio il sottodimensionamento aziendale italiano è dunque il “brutto” dell’economia italiana, alla cui base giacciono ragioni strutturali e di politica economica, i “cattivi” della nostra realtà produttiva.
Il sottodimensionamento delle imprese italiane è aggravato dal fatto che le piccole soffrono di un ritardo di produttività.
Sappiamo da altra evidenza che tali imprese tendono a investire meno in capitale umano, innovazione e capitale intangibile. La distribuzione dimensionale italiana può quindi spiegare il basso tasso di adozione di nuove tecnologie (soprattutto digitali) e, di conseguenza, la divergenza della dinamica della produttività in Italia rispetto agli altri paesi europei.
In questo contesto, il piano nazionale Industria 4.0, che incentiva l’adozione di nuove tecnologie, è un passo nella direzione giusta.

Tuttavia, alla luce della struttura dimensionale italiana e dei costi fissi legati all’adozione di nuove tecnologie, si rischia che gli investimenti vengano effettuati per lo più da imprese medio-grandi, riducendo la portata delle politiche (la bassa percentuale di piccole imprese che investono in nuove tecnologie è evidente alla slide 6 qui).
Un effetto che potrebbe agevolare una riallocazione dell’occupazione verso le grandi imprese, ma che non risolverebbe il divario di produttività delle piccole o la crescita di quelle poche piccole imprese che sono produttive. Quest’ultima sfida, richiede investimenti complementari in capacità, management e capitale organizzativo per trasformare gli incentivi per nuovi investimenti in effettivi benefici in termini di produttività e innovazione.

Alcuni progressi sono stati compiuti con la normativa sulle start-up innovative, il voucher digitalizzazione, gli incentivi alla formazione e i centri di competenza, ma andrebbero ulteriormente rafforzati rispetto agli incentivi per investimenti in capitale tangibile.
Figura 1 – Produttività del lavoro, quota del numero di imprese e di impiegati per classe dimensionale nei comparti di manifattura e servizi, Italia e altri paesi europei – Periodo 2001-2012
Nota: dati MultiProd, novembre 2016.

Settore manifatturiero e dei servizi di mercato (escluse le attività finanziarie). Le classi dimensionali sono definite in base al numero di addetti dell’impresa. La produttività del lavoro è la media in tutti gli anni disponibili per ciascun settore-classe dimensionale; la quota di imprese è ottenuta calcolando il totale numero di imprese in tutti gli anni per ciascun settore-classe dimensionale e poi calcolandone la quota sul totale.
La categoria “altri paesi europei” comprende Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Ungheria, Olanda, Norvegia.
Figura 2 – Numero di addetti medio per decile di produttività, Italia e altri paesi europei
Nota: dati MultiProd, novembre 2016.

Settore manifatturiero e dei servizi di mercato (escluso attività finanziarie). La variabile rappresentata è il numero di addetti medio in ciascun settore-percentile di produttività del lavoro. La categoria “altri paesi europei” comprende Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Ungheria, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Svezia.
Di Giuseppe Berlingieri, Sara Calligaris, Stefano Costa e Chiara Criscuolo
Le opinioni espresse e le argomentazioni adottate in questo articolo sono esclusivamente degli autori e non riflettono necessariamente le opinioni ufficiali dell’Istat, dell’Ocse o dei suoi paesi membri.
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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