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martedì 24 aprile 2018

Si calma (ma spaventa ancora) il decennale Usa


T-bond decennale Usa ormai vicino alla soglia del 3%, una crescita legata a filo doppio con le attese di una più aggressiva politica monetaria Fed.

La grande fuga 

Intanto è fuga degli investitori dai titoli di Stato americani, spaventati da quei massimi mai toccati da gennaio 2014 e arrivati al 2,98% (+0,51%) anche se è stata toccata anche la soglia psicologica del 35 seppur intraday.
Al centro di tutto ancora quei rialzi della Federal Rerserve, rialzi che, ufficialmente si fermerebbero a 3 nel corso del 2018, ma che a causa dello stato di buona salute dell'economia Usa potrebbero presto diventare 4. In tutto questo il dollaro sale sull'euro. Il discorso sull'aumento del decennale Usa include più di un riflesso sia sulla finanza che sull'economia, anche quotidiana.

In quest'ultimo caso, nello specifico il problema sorge per chi, tra i titoli azionari, ha necessità di prendere denaro in prestito.

Il motivo?

Ben Rogoff, gestore di fondi per Polar Capital ricorda che con il rialzo già fatto e soprattutto in vista di quello più veloce in arrivo, a rimetterci potrebbero essere proprio le imprese, a loro volta costrette a maggiori oneri finanziari.

Rogoff, infatti, cita Netflix e Tesla tra le società in prima linea sul fronte della vulnerabilità per l'aumento dei tassi, dal momento che sono entrambe società che contano molto sulla raccolta di capitale attraverso la vendita del debito. Già altri analisti, nei giorni scorsi hanno avvisato su una sorta di cambio di stagione da fare in portafoglio: scaricare chi ha un debito elevato (i debiti saranno presto più costosi) e preferire chi invece è in grado di generare flussi di cassa.

Allargando invece la visuale alla più ampia questione della curva di rendimento è impossibile non notare come il titolo Usa a due anni, più sensibile alle prospettive dei cambi economici e finanziari operati dalla Fed, abbia toccato il 2,48% nella tarda mattinata di oggi, in altre parole solo uno scarto dello 0,5% dal suo collega più “anziano” ovvero il decennale.
Una rincorsa che preoccupa molto gli osservatori: storicamente i rendimenti delle obbligazioni a breve scadenza hanno superato quelli a lungo termine solo prima delle grandi recessioni.

Non tutti temono il 3%

Chi invece non teme il 3% sul rendimento del Tesoro Usa, considerandolo poco più che "solo rumore", è Paul Donovan, economista di UBS Wealth Management il cui discorso si collega direttamente alla view di Rogoff: è vero che tassi di interesse più elevati significano forti difficoltà per le aziende nella ricerca di capitale a causa di finanziamenti più costosi e, di conseguenza, meno spazio per il ritorno agli investitori, è anche vero che solitamente il decennale è viene preso come parametro di riferimento per molti strumenti finanziari tra cui i mutui ipotecari e chi ha contratto un mutuo si trova ad avere meno soldi da spendere,ma alla fine il 3% di cui tanto si parla potrebbe rivelarsi solo un impatto emotivo, stando a quanto detto dallo stesso Donovan
"Economicamente, è importante? C'è differenza tra il 3% e il 2,98? No, non c'è.

C'è qualche differenza tra 3 e 2.7? No, non proprio. Economicamente, questo è solo rumore sullo sfondo "
Quello del 3% è solo un livello psicologico che non è stato infranto in maniera convincente e duratura dagli anni 80 come conferma anche Francesco Filia, amministratore delegato di Fasanara Capital: solo un superamento continuato, convincente e duraturo potrebbe far temere che l'aumento dei tassi, per le ragioni sopra citate, potrà essere un problema per i mercati e un potenziale precursore della prossima crisi.

Una prospettiva difficile da considerare anche perché a mettere sotto pressione i T-bond in queste ore è anche un altro elemento esterno alle possibili crisi economiche ovvero le aste da 113 miliardi di dollari che si terranno prossimamente. 
Fonte: News Trend Online

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