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giovedì 5 aprile 2018

Peggiora la situazione di FB. Uno sguardo ai tecnologici

Non più 50 milioni come inizialmente dichiarato, ma oltre 2 miliardi di persone. Praticamente tutti i suoi iscritti. Questo, in poche parole, il problema che ora si trova a dover affrontare Mark Zuckerberg e che lui stesso non ha potuto fare a meno di ammettere.

Il caso da 2 miliardi di utenti 

Il problema alla base del furto di dati sarebbe quello di una serie di impostazioni di default che prevedono la privacy aperta ovvero nel momento in cui si crea il profilo, il sistema offre le nostre preferenze e i nostri gusti in modalità pubblica e solo successivamente, per la precisione dopo che il diretto interessato ha messo mano alle opzioni della privacy, possono essere oscurate.

A questo si devono aggiungere anche le possibili falle e le sottrazioni malevole di informazioni dai profili dormienti o inattivi, anche questo ammesso dallo stesso Zuckerberg in conferenza stampa. Tirando le somme, le famose app usate come giochi innocenti, potrebbero aver in mano la profilazione di circa 2,2 miliardi di persone invece dei 50 milioni inizialmente identificati, poi portati a 87 milioni come cifra massima riconosciuta.
Sezionando quest'ultimo dato (87 milioni di profili), si scopre che 70 milioni e 632 mila sarebbero negli Usa mentre l'Italia ha visto l'”interesse” solo per 124 mila profili. Per questo motivo il CEO del social per eccellenza ha deciso di correre ai ripari dando un corposo taglio dei dati a disposizione degli sviluppatori di prodotti digitali collegati a Facebook, ovvero tutte le app che si erano collegate al social anche solo come collegamento per permettere il login.

Altra misura adottata anche la cancellazione della ricerca di profili tramite mail e cellulare.
Una serie di strategie che, per quanto tardive, tentano di arginare anche in borsa il crollo delle azioni non solo del padre di tutti i social ma anche dei rappresentanti dell'intero settore hitech travolto dall'effetto valanga che ha trascinato i principali indici statunitensi in un territorio di correzione che alcuni esperti interpretano come l'inizio di una recessione più lunga.

I timori sui FAANG

A fomentare questi timori anche l'atteggiamento aggressivo del presidente Usa Donald Trump contro il principale pilastro del commercio online, Amazon, accusato di essere alla base delle perdite registrate dal servizio postale statunitense (in realtà spesso cliene diretto di Amazon che lo usa per quasi il 40% delle spedizioni) e dei piccoli commercianti i quali, a differenza della creatura di Jeff Bezos, non possono godere di nessuna agevolazione fiscale.

Ad ogni modo da più parti gli analisti ricordano che spesso i FAANG (acronimo per Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google-Alphabet, sebbene qualcuno preferisca sostituire la N di Netflix con la M di Microsoft) in passato hanno raggiunto vette recorde che ora stanno semplicemente scendendo da un piedistallo che nel recente passato era di per sé immotivato.
Una correzione, dunque, che per David Marsh, managing director della think tank Official Monetary and Financial Institutions Forum (OMFIF) potrebbe essere solo all'inizio. Il motivo? Le valutazioni sono state colpite da notizie negative, innegabilmente, ma erano destinate a scendere a prescindere dallo scoppio degli scandali proprio perché gonfiate da valutazioni assolutamente insostenibili sul lungo periodo.

La view degli analisti

Gli fa eco anche Robin Griffiths, capo analista tecnico di ECU Group, società di investimento valutario con sede nel Regno Unito, che sottolinea il fatto che troppi soldi siano concentrati in pochi titoli.
 "Tutte le azioni FAANG erano diventate troppo costose per i normali standard di valutazione"
ha detto Griffiths, descrivendo il mercato come in preda a una "mania" che doveva essere corretta.
Ma non tutti i FAANG sono uguali.

O per meglio dire: il gruppo, ormai, non è più compatto e omogeneo come all'inizio. Mentre FB è nella tempesta di Cambridge Analytica, Netflix, sottolinea Griffiths, da inizio anno a martedì scorso ha visto un aumento del 46%, Amazon del 17% e Twitter del 16,7%. Nel frattempo, Apple ha perso l'1,5% quasi quanto Snapchat fermo a -1,3%.
Anche in questo caso, ricorda ancora l'esperto, sono gli investitori a fare le differenze: Apple deve difendersi dalle conseguenze di una guerra commerciale Usa-Cina, Tesla dai suoi problemi di produzione e sicurezza sui veicoli, Netflix deve difendere i suoi utenti e continuare a produrre contenuti interessanti.

Insomma, problemi diversi per diversi generi di tecnologici.
Fonte: News Trend Online

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