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lunedì 23 aprile 2018

Messe alla prova le convinzioni dei compratori


La settimana passata i mercati ci hanno mostrato la doppia faccia dell’entusiasmo e della cautela, che rende il futuro immediato nuovamente da affrontare con cautela.
Le prime due sedute della scorsa settimana sono infatti state caratterizzate da spiccata euforia, che ha consentito ai principali indici azionari occidentali di mettere da parte i dubbi geopolitici e lanciare il cuore oltre l’ostacolo delle resistenze che avevano ingabbiato gli indici USA per parecchi giorni e quelli europei per un paio di mesi.

Ma il cuore, una volta superato l’ostacolo, ha cominciato a fibrillare un po’, specialmente quello americano, e, a partire da mercoledì, i compratori hanno perso la sicurezza dei giorni precedenti, portando gli indici ad arretrare in modo significativo sia giovedì che venerdì.
Questo comportamento un po’ bipolare ha dei padri abbastanza facili da individuare.
Dapprima i mercati hanno festeggiato le ottime prime trimestrali della stagione, che hanno in genere battuto le già generose previsioni di utile degli analisti. Ma ad entusiasmare è stato soprattutto il voltafaccia di Trump sulla questione siriana. Dai bombardamenti di venerdì 13 aprile agli annunci di sospensione delle nuove sanzioni alla Russia, promesse all’ONU dalla sua (ex?) beniamina Haley all’ONU, alle conferme di ritiro imminente delle truppe americane dalla Siria, fino addirittura all’invito fatto al nemico (ex pure questo?) Putin di incontrasi alla Casa Bianca, è stata una settimana tutta all’insegna del ramoscello d’ulivo, culminata con la frenesia di incontrare anche il dittatore Kim Jong Un per suggellare “la pace degli squilibrati” in Corea.
Quel che invece ha provocato il dietro-front dei mercati azionari delle ultime sedute è stato soprattutto il ritorno delle pressioni inflazionistiche che i dazi cominciano a portare, alzando di fatto i prezzi di acciaio e alluminio, e per simpatia, anche quelli di altre materie prime per ora al di fuori della guerra commerciale, come il petrolio, che ha superato quota 68 dollari al barile e si è guadagnato l’onore di un velenoso quanto stupido tweet di Trump.
Ad accorgersi di un possibile risveglio più veloce del previsto dell’inflazione è stato soprattutto il mercato obbligazionario, dove il Treasury decennale USA, dal livello di 2,83% di rendimento che quotava all’apertura di mercoledì scorso, è arrivato oltre il 2,96% alla chiusura di venerdì, superando anche il precedente massimo del 21 febbraio scorso, e toccando livelli che prima d’ora si erano visti nel lontano gennaio 2014. 
La paura che la FED sia costretta ad accelerare la stretta nella politica monetaria e magari possa fare un rialzo dei tassi in più rispetto ai due finora annunciati entro fine anno, ha rimesso in agitazione i possessori di Bond e sta facendo riflettere anche i possessori di azioni sulla sostenibilità di tassi ormai prossimi al 3% per chi (praticamente quasi tutti i soggetti economici americani) si è fortemente indebitato in questi anni per sfruttare la generosità dei bassi interessi da pagare.
Il risultato delle incertezze degli ultimi giorni della settimana ha riportato indietro SP500 al di sotto della media mobile a 50 giorni, superata, sembrava brillantemente, proprio martedì scorso.

L’indice è approdato a 2.670 e sta praticamente mettendo alla prova dall’alto quei livelli che lunedì aveva superato, fornendo un segnale di forza.
Non è infrequente assistere a queste situazioni, quando un livello di resistenza, una volta superato, dopo qualche giorno viene ritestato dall’alto, come se il mercato volesse verificare se la forza dei compratori è riuscita a fargli cambiare ruolo, trasformandolo in supporto.
Questo movimento di ritorno si chiama pullback e, se va a buon fine, nel senso che nei pressi di quel livello i compratori tornano a comprare come già hanno fatto quando quel livello è stato travolto mentre faceva da resistenza, allora significa che il mercato riceve una conferma rialzista, che rende molto probabile la ripresa del rialzo.
Ovviamente il caso contrario, cioè il ritorno confermato al di sotto di quel livello, cambierebbe completamente le carte in tavola e fornirebbe un segnale ribassista.
Pertanto è molto importante verificare questa settimana il comportamento dei mercati americani, anche perché da essi dipende, come al solito, il movimento di quelli europei.
I mercati europei la scorsa settimana hanno seguito l’impulso rialzista proveniente dagli USA e sono riusciti a portarsi anch’essi oltre le resistenze che da due mesi bloccavano Dax e Eurostoxx50 a distanza notevole dai massimi di Gennaio.

Le incertezze americane della seconda parte della settimana li hanno condizionati, ma solo in parte. Hanno fermato la baldanza rialzista anche in Europa, ma non sono riuscite a trasformare in pullback il movimento degli indici europei, che si mantengono per ora ancora al di sopra delle resistenze sfondate martedì scorso.
Il nostro Ftse-Mib, costantemente sovraperformante rispetto a tutti gli indici azionari principali, venerdì è riuscito addirittura a sfiorare i massimi di Gennaio, arrivando a soli 100 punti da quota 24.050. Poi è stato risucchiato dal ribasso pomeridiano indotto dalle incertezze di Wall Street e si è riportato ad una distanza di circa un punto percentuale.

Oggi staccheranno le cedole 7 titoli del paniere principale (Unicredit, Luxottica, Finecobank, Ferrari, Recordati, CNHI, Prysmian), che peseranno lo 0,36% sull’indice e renderanno un po’ più ostica l’impresa.
Come al solito ora quasi tutto dipende da Wall Street. L’esito positivo del test di pullback consentirebbe di riprendere la marcia rialzista e permetterebbe a Piazzaffari di battere il record di gennaio prima di tutti gli altri indici.
Se invece Wall Street scenderà ancora temo che i massimi di gennaio resteranno inviolati ancora per parecchio.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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