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martedì 10 aprile 2018

Il miglior modo per competere con la Cina è il libero mercato


Allo stato attuale, la Cina detiene circa il 20%, o $1,200 miliardi, del debito degli Stati Uniti. Questo è il risultato di decenni di "interazione simbiotica", i quali hanno dato vita al neologismo "Chinamerica": gli americani consumano più merci cinesi di quanto ne esportino in Cina, e i cinesi finanziano volentieri il deficit commerciale degli Stati Uniti con i loro "sovra-risparmi" detenendo dollari e titoli denominati in dollari.
Nel solo 2017 ammontavano a $375 miliardi.
Per circa 25 anni, la Cina – con 1.4 miliardi di persone e il secondo Paese più grande del mondo in base al PIL – si è integrata sempre più nella divisione globale del lavoro e ha adottato sempre più il libro delle regole del mondo occidentale.

Questo potrebbe spiegare perché l'Occidente, in più di un'occasione, ha chiuso un occhio quando i governanti di Pechino hanno calpestato i diritti umani e di proprietà. Ma ciò non funzionerà a lungo, soprattutto perché la "Chinamerica" ​​è un'illusione.
La Cina non sta per adottare il marchio occidentale del socialismo socialdemocratico.
Essa è un sistema totalitario ed autocratico. Lo scorso marzo il Partito Comunista ha abolito una clausola costituzionale progettata per impedire l'ascesa di un nuovo Mao Zedong, consentendo al presidente Xi Jinping di rimanere in carica per tutto il tempo che gli pare. Da quando ha preso le redini del Partito Comunista cinque anni fa, la repressione e il controllo dello stato si sono intensificati, così come l'affermazione della Cina sulla scena internazionale.
Con un "sistema di punti" orwelliano, i governanti cinesi vogliono costringere ogni cittadino all'obbedienza.

Criticare il governo diventa pericoloso per la propria vita. Un tale sistema di sorveglianza totale è ciò che in realtà richiede il "capitalismo di stato" cinese. Sotto il capitalismo di stato, quest'ultimo, o più esattamente la sua classe dirigente, preserva formalmente la proprietà privata dei mezzi di produzione.
In realtà è lo stato che determina chi è autorizzato a fare cosa, come e quando con la propria proprietà.
Quanto è potente il capitalismo di stato?
Sappiamo che il socialismo – o in altre parole la proprietà pubblica dei mezzi di produzione – non può funzionare: il calcolo economico è impossibile, e il caos e la povertà sono i risultati inevitabili.

Sotto il capitalismo di stato, il quale ha accesso ai mercati internazionali, le cose sono in qualche modo diverse. Questo schema potrebbe andare avanti per un po' di tempo e persino raggiungere alcuni obiettivi pianificati dall'alto. La straordinaria crescita della Cina negli ultimi decenni testimonia questa valutazione teorica.
Questo successo non avviene in modo economicamente naturale: la Cina mantiene artificialmente bassi i salari interni e il suo tasso di cambio.
Migliora la sua competitività sui mercati internazionali a scapito del tenore di vita della sua popolazione. La Cina attira anche capitali esteri, consentendo alle imprese di tutto il mondo di accedere al suo enorme mercato interno. Ciò, tuttavia, ha un prezzo: le imprese estere sono obbligate ad operare attraverso joint venture con società cinesi, dovendo quindi cedere la loro competenza e conoscenza.
Il mondo aziendale internazionale ha accettato questo accordo – volontariamente, forse digrignando i denti – e ha spostato la produzione e l'occupazione in Cina.

Ora stiamo affrontando i contraccolpi. Negli Stati Uniti le persone considerano sempre più "ingiuste" queste pratiche commerciali. Non è un caso se il presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, chieda l'imposizione di dazi all'importazione su acciaio e alluminio. Ci sono persino voci che parlano della Cina "impegnata in una guerra economica" contro gli Stati Uniti, la quale sta danneggiando pesantemente la popolazione lavorativa americana.
In questo dibattito sempre più acceso, è essenziale presentare una diagnosi sobria delle cause del conflitto.

Da un punto di vista economico, è abbastanza ovvio: sono da biasimare gli stati e la loro interferenza con le forze del libero mercato. La Cina lo fa in modo esplicito: il capitalismo di stato cinese è, senza dubbio, un vero e proprio assalto alla libertà degli individui di scegliere e produrre, e corrompe anche l'allocazione internazionale di capitale e lavoro.
Anche gli Stati Uniti devono essere criticati.
Imposte societarie elevate, regolamentazione statale opprimente, pessimi scambi commerciali, una quantità crescente di debito pubblico, un sistema monetario instabile – solo per citare alcuni fattori – aumentano l'uscita di capitale produttivo dagli Stati Uniti verso altre regioni del mondo – le imprese cercano di ottenere maggiori rendimenti sul capitale e di diversificare il rischio.

Le conseguenze di queste politiche sono andate a svantaggio della prosperità economica degli Stati Uniti.
La risposta per coloro che considerano sleali le pratiche commerciali della Cina sarebbe quindi: smantellamento dello stato. Ciò condurrà a tasse più basse e meno regolamentazione, aumentando il risparmio, gli investimenti e quindi la prosperità economica.
Si invertirebbe l'incentivo della politica che spinge le aziende a spostare la produzione e l'occupazione all'estero. Il capitale e il lavoro vanno nei luoghi più adatti, quelli in cui lo stato è più piccolo e il meno interventista.
Ma cosa succederebbe se la Cina continuasse la sua corsa allo shopping internazionale, acquisendo ulteriore capitale produttivo nei settori chiave? In condizioni di libero mercato, tali preoccupazioni sarebbero infondate.

Se la Cina acquista una società estera, tale investimento risulta fruttuoso solo se la società viene gestita correttamente e continua a servire i propri clienti. Altrimenti il profitto dell'azienda svanirà e, se non cambieranno le cose, finirà fuori mercato. Nel frattempo il venditore della società può investire i suoi proventi per acquistare o creare società attraenti.
Le misure protezionistiche e il "nazionalismo economico" non risolveranno i problemi.

Gli interventi statali non raggiungeranno i loro obiettivi, ma porteranno ad uno stato di cose meno desiderabile della situazione che volevano modificare: dazi più elevati sui beni importati possono rendere i prodotti esteri meno competitivi rispetto ai prezzi, il che, a sua volta, significa anche prezzi più alti per i produttori ed i consumatori interni.
La produzione e la prosperità economica saranno limitate e, alla fine, le persone staranno peggio di prima.
Danneggiare la divisione internazionale del lavoro è una cosa piuttosto pericolosa da fare: il buon funzionamento della divisione internazionale del lavoro è al centro della prosperità economica delle persone.

Se uno stato non gioca secondo le regole del libero mercato (e, sfortunatamente, nessuno di loro lo fa), la reazione saggia per tutti gli altri stati sarebbe quella di assecondare le forze del libero mercato – migliorando le condizioni di business all'interno delle proprie frontiere – piuttosto che reagire con misure interventiste.
Ridimensionare la divisione internazionale del lavoro allontanerebbe anche le persone e quindi aumenterebbe il rischio di ulteriori conflitti.

Se le persone di diversi Paesi e culture si incontrano e si uniscono alla divisione internazionale del lavoro, vanno a costituire un interesse reciproco per una cooperazione pacifica. In altre parole: i mercati liberi sono una ricetta non solo per la prosperità, ma anche per la pace. Ludwig von Mises, già nel 1919, affermò in modo succinto: "Chiunque voglia la pace tra le nazioni deve cercare di limitare lo stato e la sua influenza nel modo più rigoroso possibile".

[1]
Detto questo, il termine "Chinamerica" ​​è veramente fuorviante: gli stati non sono benefattori e la cooperazione tra loro non va a vantaggio della popolazione. Gli stati (come li conosciamo oggi) sono il problema, non la soluzione. Se gli Stati Uniti e la Cina continuano a perseguire misure interventiste anziché affidarsi alle forze del libero mercato, potrebbero facilmente sfociare in una crisi finanziaria ed economica, in circostanze estreme anche in uno scontro militare, mettendo a dura prova le fondamenta su cui poggia la nostra prosperità.
Di Thorsten Polleit
Traduzione di Francesco Simoncelli
___ 

Note

  1. Mises, L.

    v. (1983 [1919]), Nation, State and Economy, p. 124.
Autore: Francesco Simoncelli Fonte: News Trend Online

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