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martedì 3 aprile 2018

Facebook, il datagate e l'oro social


Il secondo trigger, la causa scatenante dei più recenti movimenti al ribasso è stato il datagate, lo scandalo di Facebook.
Partiamo dal fatto in sé per sé. In questi giorni, sui media, viene sommariamente detto che Facebook ha fatto un utilizzo improprio dei dati di alcuni suoi utenti.
La vicenda in realtà è un po' più complessa.
Tutto nasce da un ricercatore dell’Università di Cambridge che ha elaborato un'app, Division Digital Live, raggiungendo 270.000 iscritti, che si loggavano tramite Facebook. Costui in seguito ha ceduto i dati ad un’altra società, la Cambridge Analytica, che ne ha poi fatto un uso diverso da quello previsto negli accordi.
In pratica è emerso un problema di scarsa capacità di Facebook di tenere sotto controllo i suoi sistemi di elaborazione dati.

Il vero business di Facebook non è vendere i dati dei suoi utenti ma, diciamo così, noleggiarli. In realtà la società di Palo Alto cerca di tener ben custodito il suo maggiore segreto industriale, cioè le abitudini di tutti i suoi utenti, perché quello è il suo vero asset.
Non a caso, oltre alle varie dichiarazioni istituzionali e politiche, negli USA e in Europa, di richieste di chiarimenti sull'accaduto, il primo a pagare è stato Alex Stamos, responsabile della sicurezza dati di Facebook, che si è dimesso il giorno dopo la notizia.
Ciò che è successo non è un caso isolato.

Potenzialmente chiunque potrebbe sfruttare i dati nello stesso modo: pensiamo a quante app, quanti siti, quanti sistemi ci sono e ci chiedono ogni giorno i nostri dati.
Tutto ciò che troviamo in rete e che non paghiamo, non è gratis. Nessuno regala niente. Su Internet il tuttogratis si paga, e il prodotto siamo noi.
Paghiamo in natura, cedendo i nostri dati personali, le nostre abitudini, cosa facciamo, cosa non facciamo, cosa ci piace e cosa non ci piace. Questo particolare bene-moneta risulta strategico perché il tema della comunicazione della pubblicità di oggi, e di domani ancor di più, è quello di far arrivare il messaggio giusto alla persona giusta nel momento giusto.
Questa è la forma di pagamento accettata e più contesa oggi su internet, da Facebook a Google, dai piccoli siti ai grandi portali.

Ci sono poi anche altri player specializzati come Cambridge Analytica, che si occupa di campagne elettorali: questa società nel 2016 aveva lavorato per la campagna elettorale di Donald Trump. Si sospetta che lo stesso meccanismo sia stato usato anche per influenzare il voto sulla Brexit. Questa storia fa più effetto ed è più spinta dai media perché fa immaginare un condizionamento del voto relativo a momenti storici importanti.
“Vendere un politico è come vendere un dentifricio” è la freddura illuminante di un pubblicitario, progettista di campagne elettorali e competitor di Cambridge Analytica. Non ci siamo tanto lontani.
Il caso in oggetto è un problema di sicurezza informatica o cyber security.

Il soggetto custode e responsabile dei dati deve riuscire a creare un sistema di gestione della sicurezza adeguato rispetto alla complessità della propria struttura. Facebook è un sistema, un ambiente, un habitat estremamente complesso, estremamente esposto, perché tratta una quantità di dati di dimensioni mostruose.
Zuckerberg da anni continua a dire che gli investimenti in sicurezza di Facebook devono crescere.
Peraltro, tra due mesi (il 25 maggio) entrerà in vigore il Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati, scritto di fatto per player come Facebook e come Google. Le sanzioni previste sono draconiane, dato che si ipotizza fino al 4% del fatturato mondiale globale, Facebook ha un fatturato annuo di 55 miliardi (stime per il 2018), per cui un’eventuale sanzione potrebbe arrivare fino a 2,2 miliardi di dollari.

Mica noccioline.

MAPPATI, SEGMENTATI E CONTENTI

Qual è esattamente il problema? Un conto è la privacy, cioè il nostro diritto di dire o di non dire, di rendere o non rendere pubbliche le cose che ci riguardano, anche i dettagli più intimi della nostra vita.
Un altro aspetto è la protezione dei dati. Nel momento in cui io dò le informazioni, che oggi sono un bene economico, le dò solo a uno specifico ben determinato soggetto, e per una ragione precisa. Quindi se la privacy è un problema mio personale, la protezione dei dati è un problema di chi li riceve.

Annotiamo ad esempio che nel Regolamento Europeo sulla protezione dei dati, che entra in vigore il 25 maggio 2018, la parola “privacy” non è mai nominata.
L’app in oggetto, scaricata da 270.000 utenti, ha permesso il monitoraggio di 50 milioni di persone. Grazie al reticolo che si crea attraverso i social network, siamo tutti terribilmente vicini, spiati e correlati.
Questo ci dà una misura del potere e dell’effetto leva che garantisce il reticolo dei social network.
Ormai si può persino influenzare l’esito di una tornata elettorale tramite la psicometria (indagine psicologica funzionale alla valutazione quantitativa dei comportamenti).

Se io conosco abbastanza cose di una persona, sono ragionevolmente in grado di dedurre quali sono i suoi gusti e cosa le devo dire per convincerla a fare una certa cosa.
Siamo facilmente condizionabili. Chi ha l'accesso ai Big Data, la tecnologia per gestirli, ordinarli, modellizzarli, segmentarli, targhettizzarli attraverso un sistema di scoring analytics ed infine usarli, può filtrare la sua azione e fare pressione sulla persona giusta, al momento giusto, nel posto giusto: ognuno, infatti, ha una struttura di conoscenze e di aspettative facilmente ricostruibili, mappando tutta la parte emergente della sua psiche (pensiero, cultura, educazione, desideri, aspettative, obiettivi, vizi, paure, insofferenze), che trapela ad esempio da tutte le informazioni esposte su Facebook e tanto altro.
Questo è un colpo reputazionale molto duro per Facebook, ma fra 3 mesi ce ne saremo tutti ampiamente dimenticati.

Oggi le notizie vengono bruciate con una tale rapidità che anche questa, pur con tutti gli strascichi e con tutti i problemi correlati, alla fine avrà un effetto molto breve nel tempo. Del resto, ormai ci stiamo abituando al crimine e all’illegalità, ovviamente anche sul lato internet, e quindi ai crimini informatici.
L’illegalità ormai fa parte della nostra vita, vi siamo assuefatti dal martellante stillicidio di notizie dei TG: qualcuno oggi si stupirebbe per un borseggio o per un furto?
Altri eventi simili, peraltro, sono già successi, anche nel recente passato: ad esempio qualche tempo fa Unicredit era stata vittima di un data bridge, cioè di una violazione che portò alla perdita di controllo sui dati di 400.000 persone.

Nessuno lo ricorda più.
La verità è che queste cose avvengono più spesso di quanto crediamo. E se stavolta la notizia è stata particolarmente enfatizzata dai media è per due possibili motivi, non divergenti l'uno dall'altro.
Come detto, sui mercati globali siamo in una fase di distribuzione, contestuale a un'inversione del trend rialzista durato nove anni.
Questa può essere quindi una di quelle centinaia di notizie false, tendenziose o strumentalmente enfatizzate per creare un impatto (questa volta ribassista) sul mercato; serviva un altro pretesto per far scendere i listini, dopo il caso dei fondi che shortavano il VIX, e questa volta si è scelto Facebook e favola annessa.
Oppure la notizia potrebbe far parte di quella guerra mediatica sotterranea tra poteri forti planetari, guerra di cui a noi giungono solo le ombre e i rumori di fondo: è molto forte la sensazione che si stia preparando un regolamento di conti nei confronti di Trump, non proprio amatissimo dall'establishment americano e mondiale in genere.

Con le elezioni di medium term, in novembre, per rinnovare le due camere del Parlamento USA, è molto probabile che si formi una maggioranza democratica. A quel punto anche l'impeachment per Trump diventerebbe più probabile. Di possibili motivi ne stanno costruendo più di uno, dal Russiagate a Cambridge Analytic, e chissà quanti altri possono inventarne.
Per inciso, Facebook ha ammesso l'errore, ma si è dichiarata innocente rispetto alle intenzioni; in effetti la sua responsabilità è tutta da dimostrare, ma sappiamo bene che quando si costruisce ad arte un'accusa come questa, i mercati poi non vanno tanto per il sottile, non controllano se i fatti sono veri o sono falsi: scendono e basta.
Pur nella sua sostanziale innocenza, Facebook sul lato dei fondamentali avrà un notevole impatto negativo diretto da questo evento, in termini di calo degli utenti, cambio delle normative e soprattutto sanzioni (peraltro ingiuste, ma nel mondo di oggi questo è solo un dettaglio). 
Rimane il ribasso sui mercati.

Ribasso che è appena cominciato.
Fonte: News Trend Online

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