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sabato 7 aprile 2018

Come tappare i buchi del bilancio Ue dopo la Brexit


Come sopperire al buco nel bilancio Ue lasciato dalla Brexit? Si ipotizza di ricorrere a una parte degli utili delle banche centrali nazionali dell’Eurozona. Ma è un’idea che mal si concilia con il mandato all’Eurosistema sulla politica monetaria unica.

Buco di bilancio dopo la Brexit

Il buco creato dalla Brexit nel budget 2021-2027 dell’Unione europea starebbe sollecitando la ricerca di nuove risorse, secondo il Times of Malta del 25 marzo e il FT e il Sole24 ore del 28 marzo.

Una proposta è attingere a una parte degli utili delle banche centrali nazionali (Bcn) dei 19 paesi dell’Eurozona. Con un prelievo pari alla metà degli utili, si arriverebbe a 56 miliardi nei sette anni, ovvero una media annua di 8 miliardi contro una carenza dell’ordine di 12 miliardi all’anno.
Le stime sul possibile contributo appaiono alquanto esagerate.
Considerando gli utili per il 2017 retrocessi allo stato dalle banche centrali dei quattro maggiori paesi dell’Eurozona si arriva a 9,6 miliardi, che diventano meno di 5 nel caso di un prelievo del 50 per cento.
Il 2017 peraltro è stato un anno molto favorevole per gli utili delle banche centrali dell’Eurozona, data la dimensione abnorme dei loro bilanci causata dagli acquisti di titoli, pubblici e non, in un contesto di tassi d’interesse passivi nulli (sul rifinanziamento principale) o negativi (sui depositi).

Sarebbe imprudente assumere che la situazione possa proseguire nel prossimo decennio, con tassi d’interesse in rialzo e minusvalenze (non coperte da adeguati fondi rischi) su titoli acquistati sul mercato secondario a prezzi al di sopra di quelli all’emissione.
La probabile sovrastima dell’eventuale contributo è tuttavia l’aspetto meno importante per una sua valutazione.

Le obiezioni

Perché a colmare una carenza di risorse per spese che interessano tutti i 27 paesi dell’Ue dovrebbero essere specificamente gli utili retrocessi ai singoli stati dalle banche centrali nazionali dell’Eurozona? La misura non potrebbe infatti essere attuata “prima” della retrocessione, perché vorrebbe dire interferire con l’indipendenza, anche finanziaria, dell’Eurosistema (Bce più Bcn) stabilita nei trattati.

Una volta confluiti nelle entrate statali, solo decisioni governative potrebbero aumentare le risorse, qualunque la loro origine, devolute all’Ue.
Così posto, il problema non è altro che un esempio, al pari di quello del fondo per la disoccupazione caldeggiato la scorsa settimana da Christine Lagarde (Fmi), del perché occorrano maggiori risorse per gestire problemi di rilevanza generale per l’Ue.
Difficile però scommettere sull’unanimità, richiesta per deliberare sul budget dell’Ue, quando, in base ai dati 2016, tra i 28 paesi solo 10 sono stati i contributori netti, di cui 3 fuori dall’Eurozona (Danimarca e Svezia, oltre al Regno Unito, terzo contributore dopo Germania e Francia e prima dell’Italia; EU Budget 2016, Annex 3).

Ridottesi le risorse a causa della Brexit, l’alternativa alla misura potrebbe essere una corrispondente riduzione delle spese, che inciderebbe proporzionalmente di più sui paesi fuori dall’Eurozona. Posta di fronte a questo dilemma, si può comprendere la motivazione della Commissione di esplorare l’ipotesi del prelievo diretto di risorse dell’Eurosistema, come soggetto altro dai governi nazionali.
La possibile argomentazione che l’Eurosistema dovrebbe aiutare a promuovere le politiche che beneficiano l’Ue, poiché l’euro è la moneta che secondo i trattati tutti i paesi dovrebbero finire per adottare, si scontra con due obiezioni di fondo.

Anche a voler trascurare il dato giuridico che i trattati, modificabili solo all’unanimità, garantiscono l’indipendenza, compresa quella finanziaria, dell’Eurosistema, c’è il dato storico di come si è evoluto l’istituto della banca centrale. Gli utili delle Bcn, derivanti da signoraggio e dalla conduzione delle politiche monetarie non convenzionali e che incorporano quelli della Banca centrale europea in proporzione alle loro quote di partecipazione al capitale, sono una componente rilevante delle entrate statali.

Date le funzioni di creazione di moneta legale e di conduzione della politica monetaria, i rendimenti per gli azionisti sono soggetti a limiti anche nel caso che una banca centrale sia costituita, per ragioni storiche, sotto forma di società per azioni, quotata (Svizzera) o no (Italia), prevedendo che la parte restante (e prevalente) degli utili, al netto delle imposte pagate come ogni altra società, vada allo stato.
Come utilizzare queste entrate è poi, appunto, responsabilità del governo.
L’accordo nel novembre 2012 tra Fmi ed Eurogruppo di riversare alla Grecia dal 2013 l’equivalente degli utili prodotti dall’acquisto da parte dell’Eurosistema di titoli pubblici greci e incorporati negli utili retrocessi dalle Bcn non può costituire un precedente.

Sono stati appunto i governi dell’Eurozona che hanno valutato l’opportunità di assumere quella decisione circa l’uso delle proprie risorse nazionali, per gestire nel modo migliore, in collaborazione con la Bce, una situazione in cui il rischio sovrano su uno dei paesi membri poteva essere esiziale per l’irreversibilità dell’euro.
La carenza di risorse per il budget settennale dell’Ue causata dalla Brexit è difficilmente riconducibile al mandato sulla politica monetaria unica all’Eurosistema.
Di Giuseppe Marotta
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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