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venerdì 23 marzo 2018

Mani forti sulle put. Chiamali fessi


Gli investitori italiani incominciano ad averne abbastanza. Le quotazioni correnti si collocano mediamente sugli stessi livelli di sei mesi fa. Il FTSE-MIB quotava difatti 22600 punti a fine settembre. E così si scatenano le scommesse nei forum finanziari: accumulazione o distribuzione?
Chi può dirlo? Spesso la risposta a questo dilemma è nota, fatalmente, soltanto a cose compiute.
Interi reggimenti di analisti tecnici sono stati spazzati via, negli ultimi nove anni, da previsioni infauste rivelatesi sistematicamente infondate.
Ma qualcosa fa pensare che, perlomeno in Italia, alla vexata quaestio possa darsi una risposta piuttosto precisa.
Per nostra grande fortuna, Borsa Italia pubblica i dati sugli scambi sulle opzioni sulle azioni italiane, nonché sull’indice FTSE-MIB.

Alcuni analisti e ancor meno investitori, ne tengono conto. Nessuno, a nostra conoscenza, si sofferma su un dato ancor più rilevante del turnover giornaliero: l’Open Interest.
Si tratta delle posizioni aperte a fine seduta. Si possono comprare 100 opzioni, poi rivenderle. I volumi segneranno +200 (ogni transazione ha due controparti), ma l’Open Interest resterà immutato.
Da questa prospettiva, l’informazione risulta ben più rilevante per comprendere il posizionamento di quelle che, salvo prova contraria, risultano le “mani forti” del mercato. Gli istituzionali, difatti, tipicamente comprano opzioni put a protezione del portafoglio.
La figura in alto mostra il rapporto fra opzioni put e opzioni call, in termini appunto di Open Interest (PCOIR: Put/Call Open Interest Ratio).

Meglio: il dato raffigurato rappresenta la derivata prima del dato grezzo. Un tasso di variazione, insomma.
L’aspetto rilevante si scorge quando questa informazione subisce uno scostamento rilevante, cioè una crescita superiore al 25%. Tutte le volte in cui il put/call ratio, nella versione così definita, conosce un significativo scostamento verso l’alto, Piazza Affari si colloca sui massimi.
O poco prima di essi.
I precedenti risalgono a giugno 2007, marzo 2010, maggio 2011 e marzo 2015.
E poi c’è l’episodio di dicembre scorso, quando si è registrato un consistente posizionamento relativo a favore delle opzioni put sull’indice. Apparentemente, una intensa attività di copertura.
Con il mercato in equilibrio precario, l’investitore istituzionale tipo ha ravvisato l’opportunità di adottare le necessarie cautele.

Chiamalo fesso…
Autore: Gaetano Evangelista Fonte: News Trend Online

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