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lunedì 26 marzo 2018

La guerra dei dazi? Dove sta andando il commercio mondiale

La guerra dei dazi? Dove sta andando il commercio mondiale
Richard Flax, Chief (Taiwan OTC: 3345.TWO - notizie) investment Officer di Moneyfarm, spiega che la questione del commercio globale ha fatto tremare i mercati nelle ultime settimane. Ad alzare il livello della sfida è stato ancora Donald Trump che ha annunciato nuove tariffe per importazioni dalla Cina che pesano oltre 60 miliardi. In seguito alla mossa di Trump è arrivata la scontata reazione della Cina (le prime notizie parlano di dazi riguardo importazioni per un valore di tre miliardi). Le borse mondiali hanno fatto registrare pesanti passivi.
Proprio il gigante asiatico è il principale obiettivo dell’azione di Trump, che sembra questa volta fare sul serio. Le misure si vanno ad aggiungere ai dazi su alluminio e acciaio annunciati il mese scorso. Rimanendo fedele al modo di fare che le è caratteristico, fatto di grandi proclami seguiti poi da azioni controllate, la Casa Bianca aveva addolcito la pillola, andando ad escludere via via vari partner dal provvedimento. Proprio ieri aveva annunciato l’esclusione di varie nazioni tra cui l’Unione Europea.
La decisione è venuta in risposta a presunte pratiche commerciali scorrette che la Cina avrebbe messo in atto, mentre l’iniziativa sui metalli industriali era stata giustificata con motivi di sicurezza nazionale: gran parte della produzione bellica Usa dipende dalle importazioni di acciaio e alluminio - spiega Richard Flax -. Poco conta. Quando si parla di politica commerciale le motivazioni che i governi attaccano alle scelte politiche sono spesso delle etichette interscambiabili: a pesare davvero è la volontà di chi detiene degli interessi specifici nell’industria regolata dal provvedimento in questione. Questo prevale spesso sull’interesse dei consumatori, che è diffuso e quindi più difficilmente rappresentabile.
Mentre i mercati finanziari di tutto il mondo stanno a guardare con attenzione, è quindi opportuno provare a capire quali potrebbero essere le eventuali conseguenze di una guerra commerciale o di cambiamenti significativi nelle politiche dei vari attori.
Cosa può accadere sui mercati azionari?
Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) medio termine l’incertezza legata alla politica commerciale potrebbe portare turbolenza sui mercati finanziari, così come un’eventuale escalation in una guerra commerciale potrebbe condizionare le aspettative sulla crescita globale, che comunque restano positive.
Certo bisognerà capire quanto ingenti saranno le contromisure della Cina, il deficit commerciale degli Stati uniti verso il gigante asiatico supera i 375 miliardi di dollari - spiega Richard Flax -. Pechino potrebbe quindi accettare un piccolo aggiustamento, pur di evitare l’escalation in una guerra commerciale globale. Bisogna ricordarsi che la Cina rimane il primo investitore in titoli di debito del Tesoro. Di (KSE: 003160.KS - notizie) converso, Trump ha mostrato di apprezzare le strategie spregiudicate e potrebbe continuare la sua azione, spostando la sua attenzione anche verso altri settori o partner commerciali.
Cosa succede quando salgono le tariffe? Prendiamo il caso dei metalli industriali. Negli Stati Uniti l’impatto sarebbe probabilmente l’aumento del costi per alcuni segmenti dell’industria, principalmente quella automobilistica. L’aumento dei costi di produzione si tradurrebbe in inflazione, che si tradurrebbe a sua volta in una reazione delle banche centrali in un contesto, che è bene ricordare, vede la disoccupazione ai minimi e l’economia che cresce. Tutti questi passaggi, verrebbero anticipati dai mercati finanziari, che andrebbero ad aggiustare le proprie valutazioni di conseguenza. La Fed ha appena alzato i tassi di cambio e sembra avviata a una stretta monetaria più decisa di quella che si aspettano i mercati.
La combinazione di tassi alti e costi in aumento potrebbe rallentare infine la crescita, almeno negli Usa - spiega Richard Flax -. La produttività dell’industria americana non gioverebbe dei costi alti delle materie prime. In caso la crisi commerciale scalasse, anche le prospettive di crescita dei mercati emergenti potrebbero uscirne inficiate nel medio termine. In un contesto di valutazioni alte c’è sicuramente da tenere gli occhi aperti, specialmente per quanto riguarda gli asset rischiosi.
La sfida di Trump al commercio globale
La strada intrapresa dal discorso sul commercio non arriva come una sorpresa: durante la campagna elettorale Trump ha fatto man bassa di consensi tra gli sconfitti della globalizzazione - spiega Richard Flax -. La visione con cui ha vinto il supporto in molte zone degli Stati Uniti attribuisce alla liberalizzazione sfrenata del commercio internazionale la responsabilità della crisi di alcuni settori tradizionali dell’industria americana. L’imposizione di dazi, uniti a sanzioni per le aziende che hanno delocalizzato la produzione, servirebbe dunque a ricreare i posti di lavoro perduti. Si aggiunga che la sbandierata diffidenza nei confronti della Cina, seppur condita da un grande rispetto di fondo per la leadership del gigante asiatico, è un’altra pietra angolare della “dottrina Trump”, la visione del mondo emersa nelle arene di mezza America di fronte alla platea dei delusi. Proprio in quei consessi Trump si è scagliato contro l’accordo Nafta – il patto commerciale che lega gli Stati Uniti al Canada e al Messico firmato da Bill Clinton – definito dal presidente “l’accordo commerciale più stupido non solo nella storia degli accordi commerciali, ma in tutta la storia degli accordi”. La volontà di rinegoziare questo trattato aveva già creato turbolenza lo scorso anno sulla valutazione degli asset messicani.
Trump, dunque, non è piombato come un fulmine a ciel sereno sul commercio globale. La sua azione arriva a suggello di una tendenza che vede la forza propulsiva generata dalla teoria del libero commercio scemata da tempo. Se è decisamente presto per dire che ci troviamo di fronte a un cambio di regime, sicuramente è andato progressivamente erodendosi il consenso incondizionato – tipico del periodo pre-crisi – intorno all’idea che il progresso dell’umanità passi necessariamente attraverso la liberalizzazione totale di tutti gli scambi.
Le istituzioni multilaterali come il WTO sono rimaste vittime del multilateralismo stesso. Il moltiplicarsi dei centri di potere ha trasformato i round negoziali in babeli sclerotiche, dove l’obiettivo di tutti i partecipanti è non decidere nulla. La visione di queste burocrazie sovranazionali, da Bruxelles a Washington, è andata progressivamente a divergere con l’interesse percepito da fasce rilevanti della popolazione mondiale. Basti pensare che il tavolo sul TTIP, l’accordo commerciale tra Usa e Ue che era stato negoziato dall’amministrazione Obama, era stato fatto saltare da Angela Merkel, cancelliera della Germania dell’export, prima ancora dell’elezione di Donald Trump.
Politica commerciale, volumi di scambio e crescita
Stiamo quindi assistendo a un progressivo rallentamento dell’integrazione commerciale, ma è opportuno contestualizzare questa fase - spiega Richard Flax -. Bisogna ricordare che la politica commerciale ha sempre vissuto di cicli e specialmente dopo momenti di crisi si è assistito, anche in passato, a momenti di reflusso. Il commercio globale ha accresciuto e continua ad accrescere il benessere dell’umanità, decretando però sconfitti e vincitori. Quando la crescita viene a mancare, gli sconfitti richiedono protezione ai governi. L’influenza di questi gruppi d’interesse organizzati si fa sentire sui governi che vanno poi a negoziare la politica commerciale.
Se ci concentriamo sui dati, notiamo tuttavia come il 2017 è stato un anno eccezionale per quanto riguarda il commercio mondiale, con la crescita del volume degli scambi che ha superato la crescita del Pil per la prima volta in una decade.
Viviamo in un contesto politico multicentrico, dove le negoziazioni si svolgono principalmente tra stati o gruppi di stati. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un moltiplicarsi degli accordi regionali a tutti i livelli. Seppur questa tendenza sia andata rallentando negli ultimi anni, i nuovi accordi che sono stati siglati continueranno a sortire i propri effetti negli anni a venire.
Ora l’amministrazione Trump ha espresso chiaramente di la necessità di ridurre gradualmente il deficit commerciale con la Cina, ma questa riduzione potrebbe essere compensata dall’apertura di nuove rotte - spiega Richard Flax -. Proprio nello stesso giorno in cui Trump firmava le nuove tariffe sui metalli, undici stati che si affacciano sul bacino del Pacifico, inclusa la Cina, approvavano una versione rivisitata del TPP, l’accordo commerciale da cui Trump aveva ritirato gli Stati Uniti come uno dei primi provvedimenti del suo mandato.

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