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martedì 20 marzo 2018

Il petrolio sale tra i timori di BofA e le tensioni Usa-Iran


Sotto i riflettori c'è la prima riunione della Fed nell'era di Jerome Powell, una riunione al termine della quale si dovrebbe registrare, con ogni probabilità, il primo dei rialzi sui tassi del 2018.

Il problema di Saudi Aramco

Le previsioni più accreditate parlano di un aumento pari a un quarto di punto percentuale anche se tutti, più che ai numeri, guarderanno alle parole, quelle che riguarderanno le aspettative sui prossimi rialzi, quattro per quest'anno, invece dei tre pronosticati a dicembre.

Intanto si parla di un cambio di rotta anche per la Bce la quale potrebbe decidere di mettere mano al costo le denaro già dalla prima metà del 2019. Sullo sfondo, però, resta la questione petrolifera, questione che rinasce sull'onda delle tensioni tra Usa ed Iran con la possibile reintroduzione di nuovi dazi contro Teheran.
Ma sul fronte mediorientale c'è da registrare anche un'altra notizia: la quotazione del colosso saudita Saudi Aramco non sarà più internazionale come inizialmente progettato ma destinata solo alla Borsa del paese arabo. Alla base della decisione le difficoltà di una quotazione che, in ottica internazionale e nello specifico a Wall Street, sarebbe apparsa troppo complessa e dispendiosa nonostante lo stesso presidente Usa Donald Trump si fosse adoperato per ospitarla.

Lo stesso dicasi per un eventuale sbarco a Londra. Per questo motivo l'IPO del secolo (la società vanta una capitalizzazione di 2.000 miliardi di dollari) potrebbe essere rimandata ulteriormente al 2019, con la sola Riyadh a beneficiarne. Di base, infatti, mancherebbero i presupposti che avevano portato la dinastia saudita ad accettare un doloroso compromesso: il 5% dell'azienda petrolifera di stato quotata in Borsa per rimediare al deficit creatosi con il crollo del barile.
Con il rialzo delle quotazioni, invece, verrebbe meno proprio il motivo principale dell'IPO stessa.

La situazione del greggio

Intanto intorno alle 11 il prezzo del barile registrava un aumento che portava il Brent a 66,66 dollari al barile e il Wti a 62,75, rispettivamente a +0,94% e +1%.

Da qui anche il risultato dei titoli del comparto oil che allo stesso orario potevano vantare un progresso che per Eni era di 0,34% e per Saipem dello 0,25% con l'eccezione di Tenaris a -0,14%. In ambito petrolifero si sono espressi anche gli analisti di Bank of America Merrill Lynch i quali non cancellano del tutto i timori di un risveglio da parte degli orsi del greggio, risveglio che, sebbene difficile allo stato attuale delle cose, non è da definirsi impossibile.
Come sottolineano gli strategist di bank of America Merrill Lynch, le posizioni long superano quelle short di quasi 76 miliardi di dollari, una situazione che si spiega perché i fondamentali del petrolio sono ancora positivi.

Resta però il dubbio che i membri Opec possano decidere di sfaldare le proprie posizioni oche la produzione Usa, vero ago della bilancia, possa nuovamente mettere il turbo e scombussolare l'equilibrio attuale, un'opzione non lontana dalla realtà vista l'apertura di nuovi impianti, in particolare con un prezzo del greggio stabilizzatosi intorno a 60 dollari.
La prima conseguenza, stando al report, sarebbe quella di un calo delle quotazioni anche di 5 dollari. Ma lo studio del team guidato da Francisco Blanch, BAML's head of global commodities and derivatives research, si focalizza sul Wti le cui quotazioni vedono il prezzo dei contratti future maggiore rispetto a quello più alto del prezzo spot, elemento caratteristico di un mercato dove c'è un eccesso di offerta e dove la materia prima si preferisce tenerla ferma in attesa di tempi migliori.
Fonte: News Trend Online

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