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lunedì 26 marzo 2018

Il motivo nascosto dietro gli investimenti pubblici


I politici sembrano allergici a ogni tipo di valutazione degli investimenti pubblici che decidono, specie nei trasporti. Uno strumento utile per comprendere le scelte di qualsiasi futuro governo in questo campo è considerare la loro agenda nascosta.

L’agenda nascosta

Gli eventi che spingono a riconsiderare il tema della valutazione degli investimenti pubblici sono, da un lato, le dichiarazioni di uno dei vincitori delle elezioni, il Movimento 5 stelle, di voler cancellare molte delle grandi opere di più incerta utilità, dall’altro la scelta politica del passato governo di rinunciare a ogni valutazione nel settore di trasporti, con investimenti dati per ufficialmente approvati per 123 miliardi di euro (vedi l’allegato al Documento di economia e finanza “Connettere l’Italia”).
Partiamo dall’assunzione che è implicita in ogni valutazione pubblica di investimenti: che cioè il decisore abbia come obiettivo economico una qualche funzione di benessere collettivo, e che quindi, a seconda della collocazione politica, tenda a massimizzare il “surplus sociale” (che è misurato dalle analisi costi-benefici, alla base delle linee-guida pubblicate, anche se non applicate, dal passato governo a guida Pd), il Pil (in visioni più aggregate, emergenti anche nel dibattito sul moltiplicatore dei consumi rispetto agli investimenti) o l’ambiente (presente come obiettivo dominante nei documenti del M5s) o la ridistribuzione del reddito (obiettivo che si può certo ascrivere ai partiti, o alle loro componenti, più di sinistra).
Cerchiamo ora di allontanarci dall’approccio implicito dominante e portiamoci verso un approccio analitico noto come “public choice”: l’assunzione che ne discende non è che questi obiettivi siano assenti, ma che siano spesso strumentali a qualche tipo di obiettivo meno facilmente esplicitabile (una hidden agenda egoistica.

Semplificando, la possiamo schematizzare in tre possibili tipologie, certo in pratica non mutualmente esclusive.
La prima tipologia è la rielezione (riassumibile anche come “consenso a breve termine”). Questo obiettivo si può anche identificare come “consenso al proprio partito di appartenenza”, dato il ruolo dei partiti nei meccanismi di selezione dei propri candidati alle elezioni sia politiche che amministrative.
Le scelte di investimento che più appaiono funzionali a questo tipo di obiettivi sono in primo luogo quelle a base geografica: i collegi elettorali di riferimento o le regioni dove il proprio partito è più sicuro di ottenere consensi o dove più spera di ottenerne. Ma anche la dimensione settoriale, basata sul “voto di scambio”, può pesare molto: si pensi a un elettorato tradizionalmente di sinistra, come quello ferroviario, compreso lo slogan poco lusinghiero ma ricorrente di “sinistra ferroviaria”.
Un secondo obiettivo egoistico può essere quello legato a prospettive di carriere remunerative o di prestigio al termine del proprio mandato politico (atteso, probabile o liberamente scelto).

E ciò, sia nel settore pubblico che in quello privato (il termine anglosassone, di origine molto vicina alla logica public choice, suona revolving doors – porte girevoli).
Per il settore delle imprese pubbliche, il fatto che si sia dovuto recentemente legiferare per mettervi qualche vincolo sembra illuminante, ma certo la presenza di ex-politici nei consigli di amministrazione è diffusa.
Anche nel settore privato, la “commistione ex-post” col mondo politico sembra abbastanza diffusa.
Non possiamo certo dimenticare la semplice corruzione (preceduti in questo dal compianto Beniamino Andreatta, che la citava pubblicamente come una delle più importanti motivazioni reali delle scelte di investimento).

La corruzione tuttavia può assumere anche forme “moderne” e sostanzialmente legali, come “scambi di utilità” con imprese pubbliche o private: finanziamento legale al partito o a una specifica fondazione o a uno strumento mediatico vicino al partito di riferimento o a soggetti che possono poi “triangolare” col decisore primo, spesso in modo incontrollabile, con operazioni “estero su estero”.
Se l’introduzione di questa variabile può apparire troppo cruda, basta ricordare le esperienze passate, la non lusinghiera posizione dell’Italia nella classifica dei paesi corrotti (vedi Transparency International) e il fatto che la corruzione che emerge è soltanto, per definizione, quella che è risultata verificabile.

Decisioni senza valutazione

Se questa sommaria analisi risulta credibile, anche solo per qualche sua componente, è evidente che per i decisori pubblici cade ogni motivazione a fare analisi quantitative di qualsiasi tipo per gli investimenti infrastrutturali.
Come minimo ha la necessità che i risultati gli siano noti in anticipo e possa così decidere se renderli pubblici o meno.

In secondo luogo, le analisi, se positive, o rese tali dall’uso di metodi opportuni, non devono essere di tipo comparativo tra progetti diversi.
Tuttavia, una hidden agenda rimane dominante per ogni decisore settoriale (e l’approccio public choice ne dà pienamente atto): la massimizzazione del volume della spesa.
In sintesi, l’approccio public choice qui illustrato sembra uno strumento utile per comprendere le scelte di qualsiasi futuro governo nel settore degli investimenti, non meno di approcci economici più tradizionali, soprattutto nel caso che di nuovo nulla venisse seriamente valutato.
Di Marco Ponti
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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