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mercoledì 7 marzo 2018

Il Ftse Mib post-elezioni: attenti al settore bancario

 
Le urne hanno decretato un quadro che, con il passare del tempo, assomiglia sempre di più a un rebus. Quali le prospettive per il mercato italiano? La panoramica di Filippo Diodovich Market Strategist per IG (Francoforte: A0EARVnotizie)  
4 marzo 2018: il movimento 5 stelle è il primo partito e la Lega di Salvini supera Forza Italia. Quale sarà il destino del FTSE Mib?
Riteniamo che non ci saranno grandi movimenti nel breve periodo. La situazione di forte incertezza su come sarà formato il prossimo governo porta molti investitori in uno stato di “wait and see” ovvero aspettare prima di prendere posizioni sul mercato. Crediamo che sia necessario molto tempo prima di capire quali saranno gli sviluppi dell’impasse politico. Una data importante sarà quella del 23 marzo, quando si riuniranno per la prima volta le camere e si voterà per i presidenti di Senato e Camera. Dal 23 marzo in poi dovremmo capire meglio quali saranno le alleanze e le possibili maggioranze parlamentari. Proprio da queste considerazioni prenderà spunto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per le proprie consultazioni e per poi affidare l’incarico di formazione del nuovo Governo. Negli ultimi giorni si continua sempre a parlare di un possibile Governo M5S e Lega considerando i numerosi punti in comune nei programmi. Tale Governo potrebbe portare una reazione negativa dell’indice FTSE Mib a causa di possibili vendite sul comparto bancario aspramente criticato sia da Di Maio che da Salvini durante il periodo dei salvataggi effettuati dal duo Renzi/Gentiloni. L’incertezza politica può appesantire l’indice FTSE Mib dobbiamo tuttavia tenere conto del miglioramento delle condizioni economiche in Europa. La stance accomodante della BCE (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) e i dati macroeconomici positivi sul PIL potrebbero aiutare l’indice italiano a non rimanere troppo indietro rispetto agli altri indici europei.
Dopo i dazi su alluminio e acciaio chi vince e chi perde in questa guerra commerciale?
Al momento sembra Trump a trovarsi in una situazione di forte difficoltà. Dopo la decisione a sorpresa del capo consigliere della Casa Bianca, Gary Cohn, di dimettersi, l’amministrazione Trump rimane indebolita notevolmente. Cohn, nominato anche per la guida della Federal Reserve e promotore della riforma fiscale, ha espresso in più occasioni il proprio dissenso per le politiche commerciali protezionistiche che il presidente ha voluto lanciare. Secondo Cohn i dazi su alluminio e acciaio avrebbero avuto conseguenze fortemente negative sull’economia americana soprattutto sulle imprese che usufruiscono di tali metalli. L’ex numero uno dei consiglieri della White House ha fatto inoltre presente che le conseguenze di una possibile guerra commerciale sarebbero sentite più dagli alleati come il Canada, Messico e Unione Europea che non la Cina ed gli altri paesi asiatici. E proprio in queste ore potremmo ricevere una risposta forte da Bruxelles che potrebbe introdurre delle tasse sui beni importati dagli Stati Uniti di brand famosi come Harley Davidson, Levi’s, American Whiskey, etc. Crediamo che nel corso delle prossime settimane le posizioni su una possibile guerra commerciale saranno ammorbidite e Trump dovrà inevitabilmente fare dei passi indietro.
Cosa succede alle quotazioni del petrolio? Ritorneranno a 70 dollari al barile o scenderanno? Quali prospettive nel medio termine?
Crediamo che al momento sia più probabile un proseguimento del rialzo delle quotazioni del petrolio sulla scia della debolezza del dollaro. Il Dollar index, paniere che misura la forza del biglietto verde contro le principali divise internazionali è sceso a 89,25, toccando nuovi minimi dal 26 febbraio. Il petrolio negli ultimi mesi segue più l’andamento del dollaro che non i fondamentali di mercato. Nei giorni scorsi nell’importante convegno sull’energia di Houston in Texas i principali paesi OPEC hanno fatto forti pressioni sui grandi imprenditori statunitensi di shale oil per partecipare ai tagli sulla produzione decisi negli scorsi mesi per stabilizzare il mercato. Riteniamo che un accordo globale sul controllo dell’offerta sia impossibile. Con i prezzi del greggio superiori a 60 dollari al barile le imprese americane di shale oil continueranno ad aumentare la produzione, portando gli Stati Uniti entro il 2019 a essere il primo produttore di greggio al mondo. Nonostante le previsioni di crescita della domanda manteniamo le nostre prospettive ribassiste di lungo termine sui prezzi del greggio. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) breve periodo invece potremmo assistere a un allungo a 70 dollari al barile sulla scia della debolezza del biglietto verde.

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