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lunedì 12 marzo 2018

Il debito pubblico preoccupa? Allunghiamolo

L’Italia emette circa 400 miliardi di titoli all’anno per rinnovare le quote di debito pubblico in scadenza e per finanziare il fabbisogno annuo. Si tratta di una cifra molto elevata, che si potrebbe ridurre con un piano di allungamento delle scadenze.

Ogni anno 400 miliardi da collocare

L’elevato livello del debito pubblico italiano costituisce uno dei principali fattori di vulnerabilità della nostra economia.
Gli investitori esteri continuano a percepirci come rischiosi e, in vista dell’appuntamento elettorale, anche le istituzioni europee e internazionali richiedono alle forze politiche un impegno serio e credibile per la riduzione del debito. Il miglioramento delle prospettive di crescita potrebbe favorire il processo di risanamento delle finanze pubbliche timidamente intrapreso da qualche anno.

A partire dal 2013 la crescita del rapporto debito/Pil ha registrato un forte rallentamento (soli 3 punti percentuali dal 2013 al 2017). La vita media residua del debito è risalita a fine 2017 sino a 7,4 anni (nell’estate 2014 raggiunse un minimo di 6,77), mentre la vita media dello stock titoli risulta pari a 6,9 anni (6,2 anni il minimo toccato durante la crisi).
Tuttavia, nonostante questi dati positivi, nei prossimi anni l’Italia sarà ancora alle prese con la sfida di collocare titoli per circa 400 miliardi all’anno per scadenze e nuovi fabbisogni.

Si può però ragionare sulla possibilità di attuare una strategia di ulteriore allungamento delle scadenze che permetta di abbattere in misura significativa le emissioni annue su un orizzonte temporale di 5-6 anni. I bassi tassi di interesse, il lento percorso di rialzo nei prossimi anni e il sostegno all’acquisto di titoli da parte della Banca centrale europea (che si protrarrà almeno sino a settembre 2018, con acquisti mensili complessivi di 30 miliardi) conducono a ritenere il contesto odierno ancora favorevole alla realizzazione di una simile politica di gestione del debito.

Abbattere le emissioni annue a costi contenuti

Abbiamo dunque elaborato un’ipotesi di allungamento delle scadenze che prevede una progressiva riduzione delle emissioni di Bot, le quali scenderebbero dagli oltre 150 miliardi preventivati nel 2018 a 80 miliardi nel 2022, e un’intensificazione delle emissioni di Btp a 10, 15 e 30 anni per il finanziamento delle emissioni diverse da Bot e dei fabbisogni.

Una siffatta strategia permetterebbe di allungare la vita media residua dello stock di titoli al 2025 sino a quasi 9 anni, 2 anni in più di quella attuale.
Già nel 2022 le emissioni lorde annue scenderebbero di circa 150 miliardi rispetto a uno scenario di base in cui si ipotizzi che i titoli in scadenza vengano rinnovati con altri di uguale durata (figura 1).
Al 2025, con il turnover dello stock di titoli attualmente in essere in gran parte avvenuto, le emissioni si normalizzerebbero su un livello medio di 220 miliardi, oltre il 40 per cento in meno dei volumi previsti nello scenario di base.
L’aggravio di costo insito nella strategia, rispetto allo scenario di base, è quantificato in meno di 4 miliardi nei primi anni e attorno ai 5 miliardi a regime, cioè appare contenuto e stabile (figura 2).

La ragione principale risiede nel fatto che la riduzione delle emissioni annue garantita dall’allungamento delle scadenze offre una parziale copertura dal graduale rialzo atteso dei tassi. Allungare oggi vuole dire infatti garantirsi tassi bassi per un periodo più lungo di tempo in luogo dei maggiori tassi che ci si attende prevarranno in futuro.
Anche l’atteso appiattimento della curva dei rendimenti nelle nostre previsioni contribuisce a rendere meno oneroso lo spostamento verso scadenze più lunghe.
Alcune precisazioni sono però necessarie. Innanzitutto, nell’esercizio abbiamo ipotizzato che la curva dei rendimenti non risenta della variazione nell’offerta relativa di titoli a lunga e a breve, sebbene nella realtà sia plausibile che una maggiore raccolta sul segmento a lungo termine possa comportare un aumento dell’inclinazione della curva e quindi fare salire il costo.

Inoltre, bisognerebbe valutare se la graduale riduzione dei Bot ipotizzata sia compatibile con le esigenze del bilancio pubblico e con la domanda da parte di banche e fondi per finalità gestionali e regolamentari.
Nonostante le precisazioni e gli ulteriori approfondimenti che sarebbero opportuni, due risultati ci sembrano degni di riflessione.
Il primo è che con un allungamento di circa 2 anni della vita media del debito si potrebbero quasi dimezzare le emissioni lorde annue nel giro di 6-7 anni. Il secondo è che il costo dell’allungamento potrebbe essere contenuto e stabile (nell’ordine dei 4-5 miliardi per anno) in quanto l’abbattimento delle emissioni annue farebbe sì che il graduale rialzo dei tassi previsto per i prossimi anni si riverberi su una proporzione minore del debito.

In vista dei rischi e delle incertezze cheil futuro ci riserva, è una strada che forse vale la pena percorrere.
Figura 1 – Emissioni lorde annue in previsione (in miliardi; elaborazioni su dati Banca d’Italia)
Figura 2 – Spesa per interessi (in miliardi; spesa relativa ai titoli, circa l’85 per cento del totale del debito pubblico)
Di Lorenzo Forni e Simone Passeri
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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