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martedì 27 marzo 2018

I gestori attivi fanno l’allungo



 
Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) 2017, gli investitori americani hanno continuato la migrazione verso i fondi passivi, anche se gli attivi hanno sofferto meno dei due anni precedenti. I primi hanno raccolto circa 692 miliardi di dollari, mentre i secondi ne hanno persi poco meno di 7 miliardi. Tuttavia, il barometro di Morningstar (NasdaqGS: MORN - notizie) che misura la performance dei gestori contro gli strumenti indicizzati, rivela che il “tasso di successo” degli attivi è schizzato al 43%, contro il 26% dell’anno precedente.
Come funziona
L’Active/Passive Barometer è uno studio semestrale, curato da Ben Johnson direttore della ricerca globale sugli Etf di Morningstar, che viene realizzato su un universo di circa 3.500 fondi statunitensi, che hanno masse per quasi 11,1 mila miliardi di dollari, pari al 61% degli asset gestiti complessivi. Confronta le gestioni attive con quelle passive e non con i rispettivi indici, così da catturare anche il fattore costo. In pratica, mostra quale risultato un dollaro investito nell’uno o nell’altro approccio dà nel tempo. L’indicatore utilizzato è il Success rate, che misura non solo le performance ma anche il tasso di sopravvivenza.
L’inversione
Rispetto al 2016, i fondi attivi sono migliorati in 11 delle 12 categorie analizzate (vedi tabella 2). La variazione più significativa si è registrata nel segmento delle società a medio e piccola capitalizzazione. Ma i risultati sono significativi anche tra gli Azionari internazionali ed emergenti. L’unico gruppo controcorrente è stato quello degli obbligazionari a media scadenza, per il quale i fund manager hanno fatto peggio nel 2017. In termini di stili, i gestori value sono stati i più bravi a catturare l’inversione di rotta.
Meglio low-cost
Questi dati segnano la rivincita degli active manager? “Nel 2017, c’è stato un chiaro miglioramento”, spiega Johnson, ma su orizzonti più lunghi hanno generalmente fallito nel tentativo di battere i portafogli passivi. In ogni caso, gli investitori possono aumentare le possibilità di successo comprando i prodotti meno costosi, che da sempre si comportano meglio di quelli cari”.
Come altri studi precedenti, anche quest’ultimo testimonia l’importanza dei costi come fattori predittivi delle performance future. Tale variabile è, inoltre, collegata alle probabilità di sopravvivenza: l’analisi storica su vent’anni prova che i fondi attivi più economici hanno molte più probabilità di non essere liquidati di quelli con commissioni elevate (il 49 contro il 31% tra gli azionari large-mid-small cap blend).
E’ possibile predire il successo del gestore attivo?
L’analisi storica delle performance mostra che i gestori attivi fanno bene in certi periodi, ma non in altri. Secondo la cosiddetta Legge di Dunn, la ragione va ricercata nelle differenze di stile rispetto agli indici. La relazione sarebbe inversa: ad esempio quando i titoli large cap value salgono molto, i portafogli attivi specializzati in quel segmento hanno rendimenti inferiori, perché i benchmark sono più puri e non influenzati dalle decisioni dei fund manager.
I ricercatori di Morningstar hanno messo alla prova questa teoria e hanno scoperto che ha sicuramente dei meriti, ma non sempre i risultati sono allineati con le ipotesi della legge di Dunn. Nonostante i rendimenti dei diversi stili spieghino gran parte delle variazioni del tasso di successo dei gestori attivi nel periodo di osservazione (settembre 2002-dicembre 2017); quest’ultimo resta assai difficile da predire e molto volatile. Come per i mercati finanziari, anche in questo caso nessuno ha la sfera di cristallo e cercare di guadagnare scommettendo sullo stile che diventerà più popolare è una mossa spesso perdente.
Di Sara Silano

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