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giovedì 8 marzo 2018

Countdown per lancio dazi Trump, Canada e Messico forse esclusi

New York, 7 mar. (askanews) - I dettagli ancora mancano ma Donald Trump si prepara a formalizzare il lancio dei tanto contestati dazi su acciaio e alluminio. L'appuntamento, secondo indiscrezioni del New York Times, è previsto domani alle 18 italiane. Da qui ad allora le aziende, gli investitori e i legislatori di tutto il mondo scottati dall'addio annunciato ieri del consigliere economico alla Casa Bianca, Gary Cohn, sperano in un mezzo miracolo: che il presidente americano eviti il peggiore degli scenari da lui stesso paventato ossia l'introduzione di tariffe del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio in arrivo da tutto il mondo. Senza eccezioni.
Un segnale di speranza è arrivato dalla portavoce della Casa Bianca dopo una giornata in cui vari ministri al governo hanno difeso le mosse del loro presidente. Nel consueto briefing con la stampa, Sarah Sanders ha spiegato che il Canada, il Messico e potenzialmente altri Paesi potrebbero evitare i controversi dazi. La scelta avverrà "caso per caso e Paese per Paese" sulla base di finalità legate alla sicurezza nazionale. Si tratta di un cambio di rotta da parte di Washington che ha permesso al dollaro canadese e al peso messicano di ridurre le loro perdite. Due giorni fa - proprio nell'ultima giornata del settimo round di negoziati per riscrivere il Nafta - Trump aveva legato il destino dei dazi su Canada e Messico al successo delle trattive riguardanti l'accordo di libero scambio siglato nel 1994 da Usa, Canada e Messico.
L'intento di Trump è quello di punire la Cina, già presa di mira lo scorso gennaio con tariffe su pannelli solari e lavatrici. I dazi preannunciati giovedì scorso però - hanno fatto notare più osservatori - rischiano di punire gli alleati degli Stati Uniti come Canada e Messico e non Pechino. La nazione che confina a Nord con gli Stati Uniti è la principale fonte estera dei metalli per gli Usa; il Paese con cui gli Usa confinano a Sud sono invece il quarto.
Proprio per le conseguenze paradossali delle mosse di Trump i mercati finanziari sono in apprensione e le loro preoccupazioni si sono intensificate con l'addio di Cohn, l'ex presidente di Goldman Sachs al fianco di Trump dal gennaio 2017 e considerato come l'architetto dell'agenda pro-crescita e pro-business dell'amministrazione. Lui aveva spinto affinché il leader Usa abbandonasse i suoi piani.
 Mentre ci si domanda chi sarà il successore di Cohn - l'amante del protezionismo e già consigliere Navarro lo ha escluso mentre circola il nome di Lawrence Kudlow, commentatore conservatore di Cnbc - sia il segretario al Tesoro sia quello al Commercio hanno difeso in giornata la volontà di Trump. Steven Mnuchin non ha escluso eccezioni e Wilbur Ross ha cercato di tranquillizzare: gli Usa "non vogliono una guerra commerciale" e "non vogliono fare saltare il mondo". La Camera di Commercio Usa tuttavia si è detta "molto preoccupata per un aumento delle prospettive di una guerra commerciale". E' stato il segretario americano all'Agricoltura, Sonny Perdue, a usare toni più cauti: nato in Georgia, Stato famoso per la produzione di arachidi utili per fare il celebre burro che la Ue potrebbe punire insieme alle motoclichette Harley-Dvidson e ai jeans Levi's in risposta a Trump, teme che a subirne le conseguenze negative siano i semi di soia Usa (la metà dei quali è acquistata dalla Cina, che potrebbe a sua volta imporre dazi).
Anche se dovesse firmare domani una proclamazione presidenziale, le tariffe potrebbero non entrare in vigore immediatamente: serve un periodo di due settimane per il rispetto dello statuto che dà al leader Usa l'autorità di adottare tali misure. Quell'arco temporale diventerà prezioso per le aziende e i Paesi che intendono strappare concessioni agli Usa. Funzionari di Ue, americani e giappones si incontreranno sabato, ha anticipato un funzionario Ue. Di certo Bruxelles avvertirà Washington su un eventuale ricorso all'Organizzazione mondiale del commercio (oltre che alle ritorsioni sul Made in Usa). Intanto ci si domanda se i dazi con cui Trump vuole proteggere le aziende metallurgiche Usa siano necessari: nel suo Beige Book, la Federal Reserve ha osservato tra gennaio e febbraio un aumento dei prezzi dell'acciaio alla vendita dovuto a "un calo della competizione dall'estero e una domanda solida sia in Usa sia su scala internazionale".

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