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lunedì 19 marzo 2018

Cosa resterà degli anni Novanta


Gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall’idea che l’efficienza garantita dai mercati non fosse in contrasto con la tutela dei più deboli. La grande recessione l’ha cancellata. Oggi prevalgono chiusura e protezionismo. E dureranno a lungo.

La fine degli anni Novanta

Ci sono molti modi di leggere i risultati delle elezioni del 4 marzo.
Una chiave di lettura rilevante, a mio avviso, è che segnano la fine degli anni Novanta.
Dal punto di vista politico, gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall’idea che l’efficienza garantita dai mercati non fosse in contrasto con la tutela dei più deboli. Bill Clinton, Tony Blair e Romano Prodi in Italia erano considerati progressisti rispetto ai loro competitori nazionali, ma dal punto di vista economico l’efficienza dei mercati era, più o meno marcatamente, la loro stella polare.
Alcuni dei pilastri di tale dottrina erano le privatizzazioni (il privato gestisce le imprese meglio del pubblico), le liberalizzazioni (i mercati sono efficienti solo se concorrenziali), la flessibilità e la mobilità e flessibilità dei fattori produttivi (ingredienti necessari per allocare le risorse nel modo più efficiente).

Quindi un mercato del lavoro flessibile, libertà di movimento di merci, capitali e persone, seppure con una diversa gradazione. Ovviamente nessuno ignorava che il funzionamento dei mercati comportasse anche la presenza di vincitori e vinti e le conseguenti forti disuguaglianze. Ma raggiunta l’efficienza, era il corollario, ci sarebbero state più risorse da redistribuire anche a chi rimaneva indietro.
La stessa redistribuzione doveva essere fatta in modo efficiente. Proteggere i lavoratori e non i posti di lavoro. Dare sussidi di disoccupazione, ma legarli alla ricerca – o al non rifiuto ad accettare – proposte di lavoro. Ricordare che uno dei modi in cui si tutelano gli individui è come consumatori, e quindi con prezzi bassi dei beni di consumo garantiti da concorrenza interna e internazionale.
Il ruolo dei governi era, in questa prospettiva, quello di fare funzionare bene i mercati (un ruolo cruciale era assegnato alle politiche della concorrenza) e di gestire in modo efficiente il sistema di welfare.

Il riassunto migliore di queste idee, in Italia, è forse contenuto nel pamphlet di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi scritto in un periodo appena successivo agli anni Novanta, “Il liberismo è di sinistra”.
La grande recessione iniziata a livello globale nel 2008 con la recrudescenza nel contesto europeo a partire dal 2011 ha cancellato in gran parte queste idee.
La domanda di assicurazione che nasce sempre nelle grandi crisi si è incarnata in tutti i paesi in quelli che chiamiamo movimenti populisti. Nel concreto prende la forma di chiusura delle frontiere alle merci straniere (i dazi di Donald Trump), alle persone (la Brexit), di un sistema di welfare più inclusivo e generoso (il reddito di cittadinanza).

L’idea che si potesse affrontare l’aspetto di assicurazione separatamente da quello di efficienza è stata rigettata dagli elettori, dopo che per anni i vincitori si erano guardati bene dal compensare i vinti. Si chiede esplicitamente che il governo abbia un maggior ruolo nell’economia, con nazionalizzazioni, chiusura delle frontiere, una maggiore redistribuzione.
Insomma, quelle che vengono chiamate politiche sovraniste sono la risposta al fallimento della redistribuzione separata dall’efficienza.

Tre domande

Restano almeno tre domande. La prima è: perché la sinistra tradizionale, almeno in Italia, non è riuscita a intercettare queste esigenze? In fondo redistribuzione e assicurazione sono sue idee chiave.

La risposta, a mio avviso, è che la sinistra italiana non è risultata credibile rispetto ad alcuni aspetti delle politiche sovraniste, in particolare rispetto alle politiche sull’immigrazione, uno dei temi centrali di queste elezioni.
La seconda riguarda le risorse necessarie per adottare le politiche di redistribuzione invocate.
Nella campagna elettorale di questo aspetto non si è parlato. Meglio, la risposta che si è data è quella di fare più deficit e più debito. Rudiger Dornbush e Sebastian Edwards, nel loro saggio sul populismo economico dei paesi latinoamericani degli anni Ottanta, ci ricordano che tali politiche possono funzionare nel breve periodo.

L’esperienza di Trump sembra confermare questa ipotesi. Resta da vedere poi il lungo periodo e qua lo scetticismo è d’obbligo. Protezionismo e guerre commerciali non sono di solito legati a epoche di prosperità.
La terza domanda riguarda la durata di questa ondata di chiusura e protezionismo.
Ovviamente, la risposta è impossibile da dare. Ma se si guarda alle crisi passate (le guerre mondiali, la grande depressione, gli shock petroliferi), il rovesciamento di tali trend richiede molto tempo, lustri più che anni. Gli anni Novanta sono finiti e non torneranno.
Di Fausto Panunzi
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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