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martedì 27 marzo 2018

Azioni espansive sì: ma quali

 
L’Italia sta attraversando da anni una pesantissima crisi economica, prodotta da un insufficiente livello di domanda interna. Una netta inversione di tendenza è possibile, e anche in tempi rapidi. Ma solo a condizione di attuare una forte azione espansiva della capacità di spesa di tutti gli operatori economici – cittadini, aziende e Stato.
E’ importante, tuttavia, aver presente che esiste una gerarchia di efficacia degli interventi. In altri termini, immettere capacità di spesa produce maggiore produzione e occupazione, ma non tutte le azioni hanno lo stesso impatto.
Gli interventi ad alta efficacia – in termini di generazione di maggior PIL – sono in primo luogo quelli sugli investimenti pubblici e sul pubblico impiego. La spesa pubblica diretta, nel momento in cui mette al lavoro risorse produttive (persone e aziende) altrimenti inoperose, dà un contributo immediato al PIL di pari importo; e avvia poi una catena di effetti indotti (più occupati e maggiori redditi inducono maggiori consumi e investimenti).
Notevole è anche l’efficacia della defiscalizzazione dei fattori produttivi, per esempio mediante la riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle aziende (abbassamenti di oneri e contributi che gravano sul costo del lavoro, ma senza penalizzare i redditi netti dei dipendenti). In questo modo si produce un immediato recupero di competitività che permette alle aziende italiane sia di guadagnare mercato all’estero, sia di sostituire importazioni con produzioni interne. Inoltre, si evita che l’azione espansiva sulla domanda si disperda (in parte) a causa di peggioramenti dei saldi commerciali esteri.
La riduzione delle tasse e l’aumento dei trasferimenti (per esempio, pensioni) sono efficaci soprattutto se rivolte a segmenti sociali disagiati, che sono quelli con maggiore propensione alla spesa. L’azione espansiva è meno efficace rispetto al caso della spesa diretta per pubblico impiego o investimenti, in quanto il potere d’acquisto non si traduce in un incremento immediato di PIL: in parte viene risparmiato e non speso. Più alta è la propensione marginale al consumo, tuttavia, e meno sensibile è questo effetto: per questo motivo, oltre che per ragioni di equità sociale, l’intervento va rivolto soprattutto ai segmenti di reddito medio-bassi e bassi.
Quest’ultimo è un problema connaturato alla flat tax: troppa parte dell’azione espansiva va a beneficio dei segmenti di reddito medio-alti e alti.
Se si punta a una semplificazione del sistema di aliquote, andrebbe casomai valutato un sistema a due scaglioni fortemente differenziati. Lo stesso impatto sul gettito di un’aliquota unica al 15% (come propone la Lega) per esempio, sarebbe ottenuto, all’incirca, utilizzando il 10% per imponibili fino a 35.000 euro, e il 40% sull’eccedenza. Ma l’effetto espansivo sarebbe in questo caso quasi tutto rivolto ai segmenti medi e bassi, e l’efficacia macroeconomica dell’azione sarebbe decisamente più elevata.
Il progetto MF / CCF attua l’azione espansiva mediante l’erogazione di Certificati di Credito Fiscale / Moneta Fiscale, e gli interventi proposti sono appunto strutturati in modo coerente a quanto detto sopra. Sono quindi rivolti alle fasce sociali disagiate, all’integrazione di redditi da lavoro con netta preferenza per i livelli bassi e medio-bassi, alla riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese, agli investimenti pubblici e al pubblico impiego in settori che sono stati ingiustificatamente penalizzati in questi anni (tra gli altri: sanità, istruzione, tutela del territorio, piccole opere infrastrutturali e loro manutenzione ecc.).

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