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giovedì 29 marzo 2018

18 anni fa la bolla hitech. Oggi il settore è di nuovo in crisi


Wall Street deve registrare una strana coincidenza: il 12 marzo 2000 esplodeva la bolla dei titoli tecnologici, esattamente 18 anni dopo si dava l'avvio ad una fase di discesa che coinvolgeva i grandi colossi tecnologici che dal 2000 ad oggi erano riusciti a sopravvivere ingrandendosi enormemente oppure, come è accaduto a Facebook, a nascere e prosperare nel frattempo.

La reazione di Wall Street

A prescindere dalle considerazioni sui corsi e i ricorsi storici, ieri Wall Street ha chiuso in calo con il Nasdaq Composite nel caos con Amazon (-4,4%), Netflix (-5%) Tesla (-7,7%) quest'ultima incapace di dare una spiegazione all'incidente mortale che ha coinvolto uno ei suoi veicoli a guida autonoma.

Numeri alla mano gli indici Usa hanno visto  l'S&P 500 perdere lo 0,29% a 2.605 punti,  il Dow Jones fermarsi a -0,04% con 23.848,42 punti e il Nasdaq Composite con una chiusura a 6.949,23 punti pari a -0,85%.
Proprio il padre di tutti i social è stato protagonista di un crollo del 17% nel giro di 15 giorni a causa dello scandalo Cambridge Analytica e dei dati di oltre 50 milioni di utenti usati per influenzare, probabilmente, elezioni Usa e il referendum Brexit.

Ma Facebook non è il solo a dover scontare la sua pena, anche Amazon ha visto un calo del 5% in seguito alle notizie che lo vorrebbero nel mirino della Casa Bianca come capro espiatorio della crisi retail. Si tratta, però, di una debacle che ha trascinato con sé anche gli anelli più deboli della Catena come Twitter in calo del 21% nello stesso periodo, o quelli, come Apple, sui quali da qualche tempo aleggiano dubbi sulla tenuta a lungo termine dei suoi altissimi standard di crescita; per la Mela, infatti, si è visto un calo in questi 15 giorni del 13%.

In totale il gruppo dei FAANG (Facebook, Amazona, Apple, Netflix, Google-Alphabet, sebbene qualcuno preferisca inserire anche Microsoft trasformando perciò l'acronimo in FAAMG) ha perso circa 280 miliardi di dollari dal 12 marzo ad oggi, che diventano 3.500 se si allarga la visuale all'intero panorama mondiale.
Quello che si è registrato non è altro che la presa di consapevolezza di un mondo, quello hitech, che domina la società in tutti i suoi aspetti ma del quale è difficile avere il controllo. O per meglio dire, le leggi vigenti non riescono a imbrigliare per evitare abusi di potere su quello che è il maggior capitale disponibile per loro: i big data da vendere al mondo del marketing.

La situazione degli Usa

Eppure i mercati non sembrano, almeno oggi, preoccuparsi di una rivoluzione che, se controllabile o meno, verrà stabilito nel prossimo futuro.

In quasi 10 anni l'economia Usa ha continuato a crescere nonostante la zavorra della peggior crisi economica della storia. Indubbiamente un ruolo di primo piano lo hanno avito le misure di stimolo messe in att dalla Federal Reserve la quale, approfittando del continuo stato di emergenza, ha prorogato nel tempo e nella forza le iniezioni di capitale all'interno del sistema.
Una strategia che, sebbene abbia tenuto in vita il malato, ha letteralmente alterato le leggi che hanno regolato i mercati per anni, rendendo difficile, se non impossibile, individuare, ad esempio, il valore intrinseco di un asset azionario a sua volta potenzialmente gonfiato da tecniche di ingegneria finanziaria come il buyback.

Ma al di là delle conseguenze restano i numeri, come ad esempio quel 4% di disoccupazione, livello raggiunto solo 2 volte negli ultimi 50 anni, oppure un Pil cresciuto nello stesso periodo del 20%.

Il cambio delle dinamiche economiche

Sullo sfondo, però, restano anche quel 40% in più di debito/pil arrivato in questi anni.
Un risultato che ha fatto lanciare da più parti un allarme per il rischio di surriscaldamento dei prezzi. Un allarme, in verità, solo teorico: nessuna pressione sui salari, nessun aumento dei prezzi se non sull'onda delle quotazioni degli energetici. L'alone di ottimismo persiste anche per Morgan Stanley: stando ai dati in loro possesso, l'indicatore sulle intenzioni di spesa delle corporate americane a marzo è al massimo.

Cosa significa questo? L'interpretazione del dato può indicare sia che le guerre commerciali di cui si parla non spaventano più di tanto, dal momento che si è deciso di investire sul futuro, ma anche che il taglio delle tasse derivante dalla recente riforma fiscale ha dato uno sprint molto più forte alle Corporate Usa, di quanto ci si immaginasse.
Quest'ultima ipotesi potrebbe essere avvalorata dal fatto che, per quanto l'andamento del dato ha visto un miglioramento continuo già da due anni, è proprio in prossimità dell'approvazione della riforma che ha registrato il rally più significativo.
Fonte: News Trend Online

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