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venerdì 26 gennaio 2018

Trump contro Mnuchin

 
Guerre valutarie in prima pagina dopo i commenti di Mnuchin
By Arnaud Masset
Nelle ultime 24 ore, l’EUR/USD si è mosso sulle montagne russe, dopo che il Segretario al Tesoro USA Mnuchin e il presidente Trump hanno fatto commenti contraddittori sul biglietto verde, e intanto la BCE (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) teneva la prima conferenza stampa dell’anno. Mercoledì, il primo ha detto che il dollaro debole era positivo per il commercio USA, giovedì Trump ha sostenuto che “il dollaro si rafforzerà sempre di più, in definitiva voglio vedere un dollaro forte”. Durante la conferenza stampa, Mario Draghi ha fatto un’osservazione sui commenti di Mnuchin, dicendo che l’EUR/USD si è apprezzato non solo per il miglioramento dell’economia dell’Eurozona, ma anche, “in parte, per ragioni esogene che hanno a che vedere con la comunicazione. Non della BCE, ma di qualcun altro. La comunicazione di questo qualcun altro non è in linea con gli accordi presi”.
Durante la conferenza stampa, la moneta unica ha segnato un massimo pluriennale pari a $1,2537, livello più alto dal 16 dicembre 2014. Poco dopo la conferenza stampa della BCE, l’EUR/USD è sceso a 1,2370, perché, durante un’intervista per il Forum Economico Mondiale in corso a Davos, in Svizzera, Trump ha detto di volere un dollaro forte. Venerdì la coppia di valute ha ampliato i guadagni, riportandosi a 1,2494, con il dollaro in calo generalizzato contro le altre divise.
È molto insolito che Draghi accenni a una “guerra valutaria” durante una conferenza stampa della BCE. Ciò dimostra che permane un po’ di tensione e che la competitività internazionale generata dalla politica monetaria è un tema più caldo che mai, che ogni paese può utilizzare a suo vantaggio, ma di cui non è consentito parlare esplicitamente. Sostenere pubblicamente la svalutazione competitiva è come mostrarsi a favore del protezionismo nella politica commerciale: non lo dici apertamente, ma cerchi di sfruttarlo a tuo vantaggio.
Finora l’economia britannica rimane resiliente
By Vincent Mivelaz
Come dimostrano i dati recenti (IPC a/a dicembre 2017: 3,0%, in linea con le attese; indice sui prezzi al consumo di dicembre: 278,1 – previsione: 277,6; IPP di dicembre: 0,4% - previsione: 0,2%; tasso di disoccupazione di novembre: 4,3% - tasso minimo dal 1975, mantenuto per tre mesi di fila), il Regno Unito sforna dati economici forti e rimane in una posizione confortevole. Anche dall’azionario arrivano cifre solide (FTSE 100: +20,16% dal referendum e -0,42% nell’anno corrente; FTSE 250: rispettivamente +18,39% e -0,77%). La coppia GBP/USD è tornata quasi sui livelli precedenti al referendum sulla Brexit (-4,94% dal calo di giugno-luglio 2016, a quota 1,42) e la coppia GBP/EUR si mantiene su livelli accettabili (-12,73% dal referendum, a 1,14), fornendo un prezioso vantaggio sul cambio. Anche l’inflazione si sta stabilizzando per la prima volta da sei mesi (stimata al 3,0% nel 2017). Osserviamo, però, un brusco calo della crescita del PIL britannico su base annua, stimato all’1,70% al 30 settembre 2017.
Il Regno Unito, che uscirà ufficialmente dall’Unione Europea il 29 marzo 2019 – come confermato ieri dal Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond al Forum Economico Mondiale – dovrà affrontare grosse difficoltà nei prossimi negoziati sulla Brexit. Anche le banche non sanno se spostare le loro sedi fuori dalla Gran Bretagna; un settore, quello bancario, che nel 2016 rappresentava GBP 124,20 miliardi, pari al 7,2% del valore aggiunto lordo complessivo del Regno Unito.
Anche se i dati economici britannici riferiti al 2017 sono positivi e mostrano segnali di ripresa, propendiamo per la cautela, perché le condizioni economiche possono cambiare molto rapidamente. Ci aspettiamo che il tasso di crescita annua del PIL per il 2017, che sarà pubblicato oggi, si attesti all’1,50%, fra i più bassi del G20. A nostro avviso, l’incertezza sull’esito della Brexit costituirà un grande ostacolo per le imprese e i consumi delle famiglie britanniche nel 2018.

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