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mercoledì 10 gennaio 2018

Ottima partenza per i mercati nel 2018

 
Rieccoci al lavoro  dopo una decina di giorni di sospensione.
Sui mercati, la sensazione che, con l’anno nuovo, gli investitori abbiano riaperto rapidamente i books all’assunzione di rischi è palpabile: i principali indici, nel volgere di una manciata di sedute, sono saliti intorno al  3%,  sia quelli che erano scesi in chiusura anno (Europa) che quelli che erano stati stabili (Nikkei, Emerging), o in salita (USA).  Buone performance anche da credito e alcune commodities (vedi Oil).
Sul fronte tassi, i primi giorni dell’anno hanno visto la continuazione del trend di moderata salita osservato nella coda del 2017. La matrice del movimento, in particolare in US, resta quella di una graduale salita delle  aspettative di inflazione (nel grafico i breakeven inflation US a 10 anni), e questo nonostante le “delusioni” di fine 2017 (CPI core, PCE core e Salari orari).
Vedi mai che il mercato dei tassi stia annusando l’agognato ritorno dell’inflazione? Venerdi con la pubblicazione il CPI di dicembre in US avremo un nuovo segnale. Detto questo,  in primavera gli effetti base dovrebbero diventare positivi sui prezzi e anche se è un fenomeno noto, avremo il consueto effetto sul sentiment.
Il quadro è stato un po’ più variegato  sui cambi, dove a una iniziale continuazione del trend di indebolimento del dollaro è  subentrata successivamente una fase correttiva, i cui driver vanno forse ricercati nel positioning (non a caso l’€ è tra i cross più deboli), l’attenzione alle prospettive  di politica fiscale in US (dopo la riforma, l’annuncio del  piano infrastrutture?) ed, eventualmente, qualche manifestazione dei famigerati flussi causati dal  rimpatrio degli utili, che tutti indicavano come un driver positivo per il  $ nel 2017, mentre il consenso attuale li giudica ininfluenti.
Venendo alla giornata odierna, la seduta asiatica non è stata avara di colpi di scena:
  • la Bank of Japan ha ridotto gli acquisti di bonds sulla  parte lunga della curva (di 20 bln JPY su 280 totali, cioè meno del  10%). Nulla di sensazionale, ma al mercato è venuto il sospetto  che sia un inizio di tapering esplicito (gli aqcquisti di bonds si stanno contraendo un po’ da qualche tempo), o magari un test per vedere la reazione del mercato ad un addolcimento dello Yield targeting. Scarso l’effetto  sui tassi,  ma lo Yen ha recuperato vistosamente terreno, restando forte contro un Dollaro in spolvero, e oltretutto in una giornata di tassi globali in rialzo (che di solito lo vede scendere per effetto dello yield targeting). Il positioning ha sicuramente esaltato l’impatto (lo yen è l’unica divisa sulla quale c’è corto vs $).
  • La People Bank of China ha comunicato una modifica del meccanismo di fixing dello Yuan, con rimozione del “counter cyclical factor”,  una mossa apparentemente volta a ridurre il controllo sulla divisa, ma sostanzialmente interpretata come un segnale che le autorità non sono più preoccupate di un potenziale indebolimento, ed anzi ritengono che l’apprezzamento della divisa sia stato eccessivo. La brusca discesa dello yuan ha fornito un altro catalyst positivo per il $.
Le news hanno avuto impatto rilevante sui cambi, mentre gli indici azionari nell’area sono rimasti tranquilli, mostrando a fine seduta variazioni marginalmente positive o nulle.
La seduta europea si è  aperta con notizie macro decisamente buone in Germania.  La  produzione industriale ha stracciato il consenso (+3.4% vs 1.8% atteso) e la bilancia commerciale di novembre ha visto il surplus aumentare di quasi 5 bln grazie a un sontuoso balzo delle esportazioni, a fronte di importazioni comunque meglio delle attese.
Non che i mercati ci abbiano guardato  più di tanto.  L’€ è  rimasto succube del buon momento del $ (del quale rappresenta comunque il 57% del Dollar index), e del esuberante positioning con cui ha iniziato l’anno. E l’azionario ha mostrato una tendenza positiva, ma il momentum della scorsa settimana è evaporato, forse per l’approccio alla solida resistenza in area 3620 dell’ Eurostoxx che ne ha contenuto più volte l’azione nella seconda metà del quarto trimestre del 2017.
Vista la rapidità con cui l’indice vi è ritornato, un po’ di consolidamento è da mettere in conto.
Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) primo pomeriggio, un paio di dati di secondo piano in US:
  • Lo Small business optimism di dicembre ha deluso, ritracciando dil balzo ai massimi di novembre, ma resta sui livelli estremamente elevati del 2017, definito un anno eccezionale per l’indice nella nota accompagnativa. La difficoltà a trovare lavoratori qualificati e la tendenza dei salari a salire restano i temi dominanti.
  • Anche i Job openings di novembre hanno corretto, contrariamente alle attese, ma restano elevati.
Controintuitivamente, i tassi US hanno salutato i dati deludenti con un accelerazione al rialzo e il  superamento, da parte del 10 anni Treasury, del 2.5%, un livello che lo aveva contenuto negli ultimi 9 mesi.
Il movimento ha trovato ampio risalto tra gli operatori (Vedi Bill Gross che ha dichiarato che il bear market sui bonds è cominciato) e ha messo pressione ai bonds globali: a fine giornata anche i bonds europei mostrano rialzi marcati dei rendimenti. Effettivamente, la svolta del  quadro tecnico sembra coronare l’impatto sui tassi del deficit in aumento, del ciclo robusto, con l’eventuale  wild card dell’inflazione. Vediamo se il breakout tiene.
Non che Wall Street si stia particolarmente preoccupando dell’aumento dei tassi,  al  momento. L’S&P 500 ha ricominciato a macinare record e sembra intenzionato a far segnare il sesto rialzo a fila in questo 2018 in cui deve ancora chiudere una volta al ribasso. Gli occhi degli investitori sono sull’impatto del taglio alla corporate tax sugli  utili (6-11% di upside a seconda delle stime), con la  possibilità dell’annuncio di un piano di infrastrutture non più tardi di inizio febbraio ad arrotondare gli effetti. Meno focus sembra esserci sulla possibile  stretta (già annunciata da Trump) sul fronte global trade, nonchè sulla deadline entro la quale bisogna rinnovare la continuing resolution che finanzia provvisoriamente l’attività governativa US.
Sulla prima, la speranza è che i collaboratori del  Presidente contengano la sua furia protezionista (ha dichiarato di voler istituire una serie di dazi contro le  importazioni dalla Cina).  Sulla seconda l’idea che nel peggiore dei casi avremo un altra mini proroga.
Il rischio principale per l’attuale rally sembra costituito dal sentiment stellare, comunque lo si misuri (ipercomprato, AAII suvey, livello di liquidità tra investitori retail e professionali etc). Va detto che,  specie nel  2017 queste misure non si sono rivelate utili (anche perchè da 12 mesi non vediamo una correzione superiore al 3%).

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