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venerdì 26 gennaio 2018

Lo stato di salute dell’economia globale dipende dall’inflazione

Lo stato di salute dell’economia globale dipende dall’inflazione
Larry Hatheway, capo economista di GAM, spiega che il mercato azionario ha cominciato bene l’anno continuando sulla strada intrapresa nel 2017. I fondamentali continuano ad essere di supporto con miglioramento della crescita globale insieme ad un incremento della profittabilità, soprattutto in Europa, Giappone e negli Emergenti. Gli eventi che potrebbero di solito rappresentare un problema per i mercati azionari, compreso il restringimento della FED o inquietudini di natura politica, passano in secondo piano se confrontati con i fondamentali sottostanti.
Larry Hatheway ritiene che i mercati azionari possano continuare ad avanzare. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli dei possibili rischi all’orizzonte, compreso l’atteggiamento che le Banche centrali potrebbero adottare a fronte di un incremento dell’inflazione. Il dato sull’inflazione, al momento, rimane modesto: abbiamo riscontrato un lieve rialzo di recente nell’indice dei prezzi al consumo statunitense dipendente ma, per larga parte, l’inflazione deve ancora mostrare segnali di accelerazione convincente negli USA, in Europa occidentale e in Giappone, tutte aree geografiche prossime al livello di piena occupazione.
Inoltre, le aspettative rispetto a una ripresa dell’inflazione relativa al mercato si mantengono contenute e sono in linea con le misure di stabilità di lungo periodo - spiega Larry Hatheway -. Tuttavia, proprio perché una più rapida crescita dell’inflazione non è attesa, il surriscaldamento rimane il grande rischio per i mercati nel 2018. Più precisamente, il rischio è legato all’impatto che un’inflazione superiore alle attese avrebbe sulle politiche monetarie. In contrasto con la graduale “normalizzazione” attualmente in corso, una stretta da parte delle Banche centrali sarebbe più forte e meno prevedibile. Questo avrebbe conseguenze negative per i mercati obbligazionari legati alla duration, ma causerebbe anche un aumento del risk premium dell’azionario, che risulterebbe in un de-rating dell’equity a livello globale. In altre parole, le attuali valutazioni per l’azionario riflettono una prevedibile e positiva correzione delle politiche monetarie. Se l’inflazione dovesse accelerare, questi presupposti potrebbero essere messi in discussione.
La principale sorpresa dell’inizio del 2018 è stata la debolezza del dollaro, in particolare nei confronti di euro, sterlina e yen. Gli attori del mercato non si aspettavano un deprezzamento del biglietto verde. Molti avevano anticipato che la combinazione di tagli alle tasse e crescita statunitense positiva avrebbero spinto il dollaro verso l’alto.
Perché allora il dollaro si è indebolito? Principalmente perché i flussi azionari si sono spostati verso Europa, Giappone e Mercati Emergenti, dato che queste aree sono considerate (a ragione) in grado di offrire maggiori opportunità di generare utili e presentano valutazioni più interessanti - spiega Larry Hatheway -. Inoltre, le bilance delle partite correnti sono negative per il dollaro e particolarmente favorevoli per l’euro. Questa combinazione ha un effetto più forte del differenziale degli interessi, che risulta in un eccesso di offerta di dollari che spinge in basso il loro valore di scambio.
Tuttavia, è probabile che il dollaro stia solo testando la fascia alta di un range di scambio. Rispetto all’euro, l’estremità superiore di questo intervallo dovrebbe attestarsi intorno all’1,25, con il livello inferiore vicino a 1,15. Non crediamo che si assisterà a una significativa o duratura uscita dai due estremi di questo range nella prima metà del 2018.
Per quanto riguarda i nostri portafogli continuiamo a preferire l’azionario, ma siamo diventati più selettivi. In particolare, prediligiamo le mid e small-cap in Giappone, l’azionario emergente e le società orientate al mercato domestico in Europa. Rispetto agli Stati Uniti siamo prossimi alla neutralità, con una preferenza per finanziari e IT.
Il principale cambiamento è la riduzione dell’esposizione al reddito fisso - spiega Larry Hatheway -. Evitiamo l’estremità lunga della curva dei rendimenti (esclusi i Gilt del Regno Unito) dati i ridotti rendimenti dei bond rispetto ai fondamentali, il rischio di un’inflazione più consistente e la prospettiva di una correzione delle politiche monetarie più diffusa. Buona parte del credito liquido ha prezzi alti ed è poco interessante. Stiamo quindi spostando i nostri investimenti verso asset class alternative quali l’equity long/short, il merger arbitrage e il target return. Riteniamo che queste strategie integrino bene le nostre posizioni sull’azionario e garantiscano la diversificazione del portafoglio tradizionalmente offerta dai bond, che è tuttavia meno interessante date le errate valutazioni rispetto ai fondamentali in buona parte del settore fixed income.

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