-

RIMANI SEMPRE IN CONTATTO CON LATOOSCURO-TRADING.COM TWITT

venerdì 5 gennaio 2018

L'ennesimo record del DJ non spaventa. L'ottimismo continua


Altro giro, altra corsa, altro record, quello (ennesimo) del Dow Jones con i suoi 25mila punti.

Il bull market più longevo della storia?

Dopo un 2017 che ha portato la piazza statunitense a un esaltante +25%, grazie a più di un fattore trainante, arrivano altre conferme che permettono agli operatori di continuare ad essere ottimisti sul futuro delle borse mondiali.
In particolare sulle borse Usa, nonostante il bull market che è in vita dal 2009 e che ad agosto potrebbe toccare il record storico di mercato rialzista più longevo della storia. Il paradosso, se così si può chiamare, arriva però dall'altra parte dell'oceano, per la precisione da Tokyo che ieri ha visto un 3% sull'onda di una ripresa economica che ormai tutti davano per dispersa.

Da anni, infatti, l'economia nipponica sta combattendo con una stasi praticamente trentennale ed impermeabile a qualsiasi azione di stimolo monetario. Almeno fino agli ultimi dati macro, soprattutto quelli del Pil, che hanno permesso di far sperare in un 2018 a +2% di crescita dopo un 2017 che dovrebbe chiudersi con un saldo dell'1,7%.
A dare una mano, come si è già visto ieri, anche la situazione politica: il Premier Shinzo Abe, infatti, dopo le recenti elezioni anticipate, è riuscito a conquistare i due terzi di entrambe le camere del Congresso, nonostante la sua politica finanziaria particolarmente aggressiva in termini di allentamento monetaria, sia stata spesso oggetto di critiche già dall'inizio quando, in contrasto con l'allora numero uno della Bank of Japan Masaaki Shirakawa, arrivò a sostituirlo con il più accondiscendente Haruiko Kuroda il quale non esitò, nel marzo del 2013, a dar vita ad una politica di stimolo monetario che rese euforici i mercati.

E che adesso sta dando i suoi ambiti frutti.
In tutto questo le borse mondiali continuano ad aumentare la propria capitalizzazione di mercato arrivando ad accumulare oltre 13mila miliardi di dollari in più da un anno all'altro (da 2016 al 2017).

Il motivo?

La base di partenza sono state prima di tutto le banche centrali che, con la loro politica di allentamento monetario e l'immissione di liquidità che ne è conseguita, hanno abbassato il fattore di rischio presente sui bond, diminuendone anche il rendimento e spostando l'interesse degli investitori, in cerca di ritorni, verso asset class più remunerative come l'azionario che, da parte sua, godeva, proprio grazie ai tagli sui tassi, di agevolazioni per le società, nel pagare i debiti (con interessi più bassi) e nel contrarne di nuovi; la prima conseguenza è stata, perciò, la maggior disponibilità di capitali cha hanno spinto le società a creare strategie di buyback (con conseguente aumento del valore azionario) e di fusioni. 
Come già accennato, a permettere la corsa delle borse, ad ogni modo, è stato un mix di fattori.

A differenza di quanto ci si possa attendere, a quanto pare l'euforia sembra, questa volta, essere supportata da dati macro interessanti, almeno apparentemente, su alcuni frangenti ben precisi, In primis quello del lavoro statunitense: le aziende, nell'ultimo mese dell'anno, hanno creato oltre 250mila posti di lavoro, confermando una percentuale di disoccupazione che supera di poco il 4% (4,1% per la precisione).
La stessa concretezza si avverte anche sul fronte europeo con i dati Pmi manifatturieri di dicembre che hanno permesso al Vecchio Continente di vantare un indice a 58,1 punti, in rialzo dai 57,5 di novembre.

Il fattore politico

La paure resta sul fronte politico. Ma anche in questo caso si legge un altro paradosso.

Se è vero come è vero che nel breve, le elezioni italiane del 4 marzo sono viste come un potenziale fattore destabilizzante per i mercati, soprattutto vista la mole di debito della nazione e ancora di più la politica europea di ritiro della liquidità e di normalizzazione dei tassi che presto dovrebbe caratterizzare le scelte della Bce, allargando la visuale all'intera Europa, l'esperienza insegna che la mancanza di certezze e di unità all'interno di un Parlamento, non è sempre motivo di preoccupazione per l'economia.

L'esempio più lampante arriva proprio dalla penisola iberica con la Spagna: vittima, nel passato, di crisi economiche che hanno portato a far temere il peggio, includendo in questo peggio addirittura un possibile detonatore dell'euro, Madrid ha visto la sua crescita migliore e più convincente, proprio nel momento in cui le urne avevano sentenziato un Parlameto frammentato e, quindi, l'impossibilità legislativa di creare un governo.
Una paralisi che per la nazione iberica è stata confermata nel dicembre del 2015, con la prima tornata elettorale che ha dato la vittoria al premier Mariano Rajoy ma senza regalargli anche la maggioranza assoluta, e nel giugno 2016, con lo stesso imbarazzante risultato. Eppure, nonostante questo, la crescita economica di Madrid è rimasta stabile, sostenibile e credibile agli occhi degli investitori internazionali, sebbene questi ultimi abbiano dato il merito al lavoro di riforme radicali precedentemente svolto dal governo Rajoy.

L'altra sorpresa arriva da Berlino con elezioni che a fine settembre hanno permesso alla Merkel di vincere ma senza riuscire ad avere anche lei, la maggioranza assoluta; non solo, ma nel suo caso si è dovuto assistere anche alla caduta della Grosse Koalition, il patto stretto, anche grazie al voto favorevole degli associati della SPD, tra CDU/CSU e SPD a dicembre del 2013.
Anche Berlino, da quasi 4 mesi, non ha di fatto un governo, eppure il suo indice sta volando sui massimi storici. 
Fonte: News Trend Online

Nessun commento:

Posta un commento

LA SETTIMANA CALENDARIO RISULTATI UTILI SOCIETA' QUOTATE

Calendario Utili fornito da Investing.com Italia - Il Portale di Trading sul Forex e sui titoli di borsa.