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giovedì 11 gennaio 2018

La politica monetaria e i tassi Usa condizionano il sentiment

 
La serie di headline di politica monetaria (BOJ e PBOC), e la rottura rialzista dei tassi US hanno lasciato qualche traccia sul sentiment fin dalla seduta asitatica. Ad alimentare una moderata incertezza, eventualmente, anche le indiscrezioni riportate da  politico.com di un rinvio del  piano infrastrutture di Trump.
L’azionario giapponese, che in un altro contesto avrebbe beneficiato enormemente della volatilità  sui tassi US, ha ceduto marginalmente terreno, frenato dal robusto apprezzamento dello Yen. E’ vero che recentemente la  correlazione inversa Nikkei – yen si è  attenuata,  ma  in questo caso la  forza della divisa nipponica dipende dal  dubbio che il  taglio  agli  acquisti BOJ di ieri costituisca il prodromo di un tapering ufficiale. I mercati cinesi hanno chiuso con marginali rialzi una seduta volatile, con solo le small caps in negativo. Sul fronte macro, scarse sorprese da  PPI e CPI di dicembre:  i prezzi alla produzione hanno rallentato in linea con le attese più o  meno, mentre quelli al consumo hanno accelerato meno delle attese. Per ora nulla che possa impattare sulla  politica monetaria PBOC. La Banca Centrale cinese ha ripreso le iniezioni di liquidità  dopo 2 settimane di black out, il che ha forse supportato il sentiment, anche se i tassi monetari cinesi era già  un po’ che scendevano dai picchi di fine 2017. Moderatamente negativi gli altri principali indici, con la  guidance deludente di Samsung a pesare sul Seul e  Taiwan (Taiwan OTC: 6549.TWO - notizie) .
L’apertura europea ha visto una continuazione del tono incerto. Unica notevole  eccezione,  il settore bancario europeo, che ha aperto in forte rialzo ed è restato in denaro, incurante delle vicende degli indici generali. A caccia di catalyst, molti hanno guardato al  rialzo dei rendimenti globali, ma, a giudicare dalla recente price action, sembra che la relazione tra banche e tassi sia principalmente di tipo mediatico. Infatti i tassi salgono, negli USA come in Eurozone, da metà dicembre, ma il settore  bancario europeo aveva seguito il destino dell’indice generale, dal  quale solo oggi si sgancia, una  volta che il rialzo dei rendimenti ha guadagnato le prime pagine dei giornali finanziari, grazie ai nuovi massimi del  decennale  US ( e agli anatemi di  Gross e Gundlach). All’interno del settore hanno brillato, per una volta gli istituti italiani (FTSE Italia All-Share Banks Index + 3.6% a fine giornata).  Ancora più  fantasiosa la spiegazione circolata per giustificare quest’outperformance ovvero, la moderazione dei toni anti € del Movimento 5 Stelle. Peccato che il Btp non abbia reagito con altrettanto entusiasmo, sebbene sulla performance della carta italiana possa aver pesato la digestione dei 9 miliardi di € di 20 anni BTP emessi dal tesoro via sindacato di collocamento.
Qualunque sia il motivo, personalmente trovo che un catch up dell settore bancario europeo, in assoluto e rispetto agli altri settori, trovi giustificazione nei fondamentali macro europei in miglioramento, e nelle  prospettive di rialzo dei rendimenti dell’Eurozona.
La divergenza tra i settori ha determinato la direzione dei singoli indici, con il DAX, povero di banche, debole e il FTSEMib a guidare il gruppo.
Ad agitare ulteriormente il sentiment, a  metà mattinata, indiscrezioni targate Bloomberg secondo cui le  Autorità cinesi avrebbero raccomandato alla PBOC di ridurre o fermare gli acquisti di Treasuries per motivi di valutazione (sarebbero “less attractive”). Essendo la  Cina il  primo detentore estero di titoli del Tesoro US,  un eventuale diversificazione attenuerebbe, secondo l’interpretazione del mercato, una delle principali fonti di domanda estera della carta US. L’effetto sui tassi è  stato coerente, ma ancora più evidente è  stato  il corollario sul mercato dei cambi: minori acquisti di treasury vogliono dire minor domanda di Dollari per pagarli.
Naturalmente al mercato non sono sfuggite le implicazioni geopolitiche suggerite dalle indiscrezioni: si potrebbe trattare di una minaccia velata dei Cinesi in risposta alle minacce di protezionismo di Trump.
Cosi (NasdaqCM: COSI - notizie) il Dollaro, fin li in calo vs Yen e stabile verso il resto, ha preso solidamente la via del ribasso sui principali cross. La discesa contro Yen ha superato il punto percentuale mentre la divisa unica è tornata sopra 1.20. E il sentore di frizioni tra i 2 colossi ha accentuato il tono opaco della giornata.
Personalmente, ho trovato per lo meno esagerata la reazione della divisa:
  • intanto, si tratta di indiscrezioni da fonti anonime, caratterizzate da motivazioni tenui (i tassi treasury a 2 e 5 anni sono ai massimi da 9 anni). Vero, potrebbero essere motivazioni pretestuose per giustificare la rappresaglia. Ma dubito che l’allocazione delle riserve possa seguire logiche del genere. In particolare, non credo che ai cinesi in questa fase faccia comodo un ulteriore svalutazione del Dollaro, dopo la mossa di ieri.
  • la relazione tra direzione e diversificazione delle riserve valutarie  e singole divise non è affatto immediata come sembra. Ad esempio le riserve valutarie cinesi sono scese di 1 trilione di $ tra metà 2014 e il 2016 (il che avrà implicato una bella vendita di treasuries) e il dollaro si è apprezzato tra il 2014 e il 2015 del 20%. In generale spesso è proprio la debolezza del $ a alimentare la crescita delle riserve valutarie nei paesi emergenti. Non a caso quelle cinesi hanno arrestato il calo proprio nel 2017, annus horribilis per il Dollaro.
Un discorso diverso si può fare sulle implicazioni per il sentiment e quelle sul mercato dei tassi, in un periodo in cui il deficit US sale e il supporto della Fed cala per via della Balance Sheet reduction. Ma serve qualcosa di più di un indiscrezione senza nomi per generare effetti duraturi.
L’onda della reazione si è estesa nel pomeriggio , con gli indici azionari in passivo (Wall Street compresa), i tassi in salita in US (con gli investitori innervositi anche dall’incombere dell’asta decennale) e il Dollaro sotto pressione. Scarso rilievo è stato dato ai deboli prezzi alle importazioni ed esportazioni US di dicembre (che seguivano dati assai forti di novembre) e alle forti vendite all’ingrosso per lo stesso mese.
Successivamente, la reazione ha iniziato ad attenuarsi. La salita dei tassi si è arrestata, il Dollaro ha recuperato qualcosa, ed il sentiment azionario pure. Il ritorno dell’€ sotto 1.20 vs $ non ha evitato agli indici europei una chiusura negativa (Milano e Londra esclusi), ma il passivo è ridotto rispetto ai minimi di giornata e il settore bancario ha continuato a fare un campionato a parte (Eurostoxx banks + 2.5%).
Dopo la chiusura europea il movimento è continuato, e a un ora dalla sirena a Wall Street l’€ guadagna appena uno 0.2% (più o meno quello che perde il Dollar Index) e tra le principali divise solo lo yen mette a segno un grosso rally, mentre la sterlina perde. Se non altro, lo scossone offre un utile ranking della forza relativa di breve delle divise del G4.
Wall Street dal canto suo cede le briciole al momento, mentre i treasury hanno trovato supporto in una buona asta  del decennale e dopo una seduta volatile chiudono con rendimenti invariati sulla curva, sebbene sopra le resistenze violate ieri (2.50% 10 anni).
In US comincia lo show dei prezzi, con il PPI di dicembre, seguito venerdi dall’attesissimo CPI.

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