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venerdì 26 gennaio 2018

La giornata dell’ECB è iniziata con un tono contrastato in Asia


La giornata dell’ECB è iniziata con un tono contrastato in Asia.
Tokyo non poteva certo gradire il  brusco  rialzo  dello Yen, avvenuto oltretutto appena dopo la  conferma,  da  parte della Bank of Japan, della  stance ultrespansiva. Anche se la  correlazione inversa tra azionario locale e  Yen/$ si è parecchio attenuata nell’ultimo periodo, l’annuncio del nuovo corso sulla politica valutaria dell’esecutivo Trump non può non infastidire il  Nikkei (tanto più  che Mnuchin oggi ha ribadito chiaramente il concetto a Davos).
Cambio di mood anche sull’azionario cinese,  con robuste prese di beneficio sulle  “H” shares, e modesti cali sull’azionario locale (“A” shares).

Eventualmente, l’inasprirsi della retorica sul trade può essere un catalyst per queste modeste vendite. Mettiamoci la  forza  della  divisa e un po’ di headlines sui media riguardo le  riforme economiche e c’è più  del necessario per generare una correzione.
In generale se una stabilità  o moderata debolezza del  Dollaro è  vista positivamente,  nella parte emergente dell’area, per l’impatto che ha sui flussi di capitale, le politiche monetarie e il debito estero di questi paesi, una debolezza eccessiva può essere guardata con sospetto, per l’eventuale impatto  sulle esportazioni.
Tra gli altri indici,  al  palo Mumbay, Sydney e Taiwan,  e  invece rimbalzo di Seul.
All’apertura della seduta  europea,  i chiarimenti di Mnuchin a Davos ( RTRS – DAVOS- U.S.

TREASURY SECRETARY MNUCHIN SAYS ‘DOLLAR IS NOT A CONCERN OF MINE’ RTRS – DAVOS- U.S. TREASURY SECRETARY MNUCHIN SAYS LOWER DOLLAR BENEFICIAL FOR U.S. TRADE BALANCE -MNUCHIN SAYS MY COMMENT ON THE DOLLAR WAS QUITE CLEAR) hanno portato ad un ulteriore calo del biglietto verde, che si è assestato stabilmente sopra 1.24 vs €, livello sul  quale si è messo  in attesa dell’ECB.
In attesa dello show di Francoforte,  l’IFO tedesco è riuscito a mettere a segno un altra salita a  Gennaio (117.6 da prec 117.2 e vs attese per 117) marginalmente macchiata da un calo delle  expectations, a fronte di current assessment al record  storico.

Apparentemente, l’economia tedesca ha iniziato il 2018 con un ulteriore accelerazione, nonostante la forza dell’€ e le  incertezze politiche. Un concetto che i PMI di ieri estendono a tutta l’area Eurozone.
Ma oggi la  scena era di Draghi e gli  asset europei gli sono andati incontro con il  consueto  clima di attesa e connessa price action: i bonds eurozone sostenuti dal  timore che la  necessità di fermare la  corsa dell’€ inducesse Draghi a toni accomodanti, e la  divisa e l’azionario europeo stabilizzati dalla speranza in suo successo nell’impresa.
Come da  attese, lo statement non ha riportato alcuna significativa modifica alle guidances (in particolare la notazione sulla possibilità di aumentare nuovamente gli acquisti, che potrebbe essere eliminata a marzo).

La  forza della ripresa ha trovato ampio spazio nella notazione secondo cui la  crescita nel  secondo semestre è stata superiore alle attese e lascia sperare in un ritorno dell’inflazione al  target. I recenti sviluppi sul  cambio hanno trovato spazio, ma con toni non eccessivamente accesi (richiedono “monitoraggio”).
Nella sezione di domande e risposte Draghi ha mantenuto un tono comprensibilmente accomodante, confermando che i tassi resteranno bassi molto  oltre la  fine del QE, escludendo rialzi dei tassi nel 2018, e notando che annunciare l’intenzione di dibattere la possibilità di eventuali  modifiche delle guidance nei prossimi meeting non implica che la decisione di modificarle sia stata già presa, ma solo che si ha intenzione di prenderle in considerazione.
Sul cambio, ha chiarito non rientra direttamente tra gli obiettivi della politica monetaria, ma, poichè ha un impatto sui prezzi, va osservato e fattorizzato nelle previsioni.

Allo scopo di sdrammatizzare la questione, ha ricordato che, se un economia migliora, un certo apprezzamento del  cambio è da mettere in conto. Ha però stigmatizzato indirettamente l’esecutivo Trump per i recenti commenti sul  Dollaro, accusandolo di violare l’impegno ad astenersi da  svalutazioni competitive.
Ad integrare il messaggio nel tardo pomeriggio le solite fonti anonime hanno riferito che alcuni membri ECB vorrebbero rinviare a giugno la revisione delle guidance, a dimostrazione che la tranquillità di Draghi non è condivisa da tutto il Governing Council.
In sostanza, conscio che nel  breve dimostrare eccessiva preoccupazione per il  livello della  divisa sarebbe risultato controproducente, Draghi ha mantenuto la  rotta,  lasciando trapelare il messaggio che l’economia europea si è  irrobustita, ed  è in grado di tollerare un recupero della  divisa unica che, almeno in parte, dipende proprio da questo irrobustimento.
La reazione di breve del mercato è  comprensibile.
Sgravato dal  rischio di un miracolo  dialettico di Draghi,  l’€ ha ripreso a salire contro dollaro, in compagnia delle altre divise, peraltro.

Parimenti, i bonds europei,  liberati dal  rischio di divenire il capro espiatorio del sopracitato miracolo, hanno perso visibilmente supporto, fattorizzando in parte il quadro macro illustrato da Draghi. Il brusco movimento ha scatenato prese di beneficio anche sui bonds periferici.
L’azionario ha cercato per un po’ di far buon viso a cattivo gioco, ma una volta visto  comparire 1.25 sul cambio,  ha mollato gli ormeggi,  lasciando  trasparire il  proprio sconforto per il  2% di rivalutazione della divisa unica nello spazio di poco  più di 48 ore.
Solo  il  settore bancario europeo, soddisfatto per  i  marcati  rialzi dei rendimenti, e  aiutato dalle news di un rinvio dell’applicazione delle  regole ECB per la  gestione dei non performing loans, è  andato in controtendenza, mettendo a segno un significativo recupero.
Sembrava che per oggi avessimo avuto sufficienti colpi di scena, ma a un paio d’ore dalla chiusura di Wall Street, Trump su CNBC è tornato sull’argomento cambio, con toni assai diversi dal suo Segretario del Tesoro: Mnuchin è stato interpretato male (per almeno tre volte, aggiungerei).

Il dollaro si rafforzera sotto la sua presidenza, in linea con il rafforzamento dell’economia, e in ogni caso lui vuole un dollaro forte. Difficile immaginare una comunicazione più confusionaria da parte dell’ Esecutivo americano.
Cosi il Dollaro ha invertito la rotta (levando nel processo un po’ di impeto a Wall Street) e verso fine seduta incredibilmente guadagna contro 7 delle 10 divise che compongono il paniere del G10.
Personalmente vedo nella mossa di Trump l’atteggiamento di chi, avendo lanciato il sasso, nasconde la mano.

Ma certo, dopo questo colpo di scena, il semaforo per i venditori di dollaro è un po’ meno verde. Fino al prossimo U-turn.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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